Mito ed allegoria

Le interpretazioni di Omero in quanto “pensatore religioso” si dividono in due fondamentali posizioni, che comportano due diverse conclusioni: Omero credeva o non credeva nei suoi Dei? Chi pensa che ci credesse lo considera spesso un primitivo un po’ naïf, ma purtroppo anche empio dal momento che avrebbe attribuito agli Dei, oltre ad una forma fisica antropomorfa, alcuni di quelli che gli uomini considerano vizi. Taluni invece sostengono che egli fosse sostanzialmente ateo, o che volesse in realtà criticare la religione dei suoi contemporanei al fine di condurli a credenze più nobili, e che probabilmente a questo scopo si fosse lasciato prendere troppo la mano dalla parodia, oppure che parlasse per allegorie; quindi alcuni hanno sostenuto che semplicemente non credesse negli Dei, sui quali raccontava favolette da bambini, o che personificasse in tali Dei fenomeni naturali o stati psicologici.

Lo scopo naturalmente non è quello di valutare se Omero avesse ragione o torto a descrivere gli Dei in tal modo: più produttivo invece è comprendere le implicazioni del modo omerico di descrivere gli Dei, sia nelle sue conseguenze che nei suoi presupposti. Infatti, come i vari popoli si raffigurano i propri Dei dice molto sugli uomini che in tal modo se li rappresentano e su ciò che essi onorano come manifestazione del sublime.

Noi siamo ormai abituati a concettualizzare e ci sembra impossibile comprendere realmente un ambito del pensiero senza scomporlo e ridurlo ad enunciati univoci e monolitici (i prefissi uni- e mono- dovrebbero già suggerire qualche riflessione). E’ molto difficile, se non impossibile, evitare di parlare il linguaggio della propria epoca e pertanto anche noi dovremo sottostare alle convenzioni attuali; tuttavia è necessario prendere consapevolezza del fatto che talvolta l’argomento trattato può avere le sue regole delle quali è doveroso tenere conto. Mentre Omero riesce a comunicare attraverso i suoi versi su più livelli contemporaneamente, noi cercando di spiegare concettualmente i singoli episodi possiamo evidenziarne solo un aspetto alla volta, col rischio di far pensare che vi sia solo quella lettura possibile o che ve ne sia solo una accettabile. Da questo punto di vista il racconto mitico si presenta coi caratteri della libertà – di espressione e di interpretazione – contro il dogma, che al contrario vuole imporre l’accettazione di un punto di vista unico. Occorre sempre tenere presenti queste considerazioni, anche quando si dà una lettura allegorica o simbolica di qualche episodio: infatti, spesso tali interpretazioni sono convincenti e stimolanti, a patto che non rappresentino un modo per negare un effettivo senso religioso al poeta. Gli Dei omerici sono infatti veri e propri Dei.

Nella sua ventottesima lezione sulla Filosofia della mitologia Friedrich Schelling scriveva:

innanzitutto sottolineo dunque: 1) che gli Dei omerici sono creduti effettivamente, seriamente e veramente come Dei, non come rappresentazioni allegoriche o personificazioni delle forze della natura. Essi sono veri e propri Dei… 2) Sono effettivamente molti, non formalmente molti, come gli Dei del tempo precedente, in cui ancora regnava l’esclusivamente uno. Un’effettiva, ossia svariata pluralità – in contrapposizione all’astratta – nasce solo dove l’esclusivamente uno sia sgominato effettivamente ed insieme intimamente. 3) Proprio perché il reale in loro è ricondotto a se stesso, essi non sono figure a cui la spiritualità sia annessa solo esteriormente, con una mera finzione, ma sono in se stesse ed interiormente enti spirituali, vere personalità, libere nature etiche; e poiché, sebbene divenute, tuttavia restano quale risultato di un processo che ora è compiuto pienamente e non può più ripresentarsi, esse non sono più passibili di mutamenti ulteriori, sono immortali.

Ciò premesso, è possibile prendere in considerazione le differenti interpretazioni, allegoriche, psicologiche o sociali che siano. Tuttavia, è necessario tenere costantemente a mente che qualsiasi spiegazione univoca del racconto mitico è fallace poiché, mentre il mito esprime in sé tutte le spiegazioni, ognuna di esse non esprime che un aspetto del mito.

Allo stesso modo è fuorviante attribuire agli Dei una sfera di influenza specifica, per esempio ad Atena la saggezza, ad Afrodite l’amore e così via, quando invece gli Dei non rappresentano un unico aspetto bensì l’intero mondo visto sotto lo sguardo di un particolare aspetto. Va da sé che questo modo di vedere non può che essere politeistico.