Uno e molteplice

Il politeismo omerico non elimina di principio l’idea di un’unità che racchiuda in sé la molteplicità: da questo punto di vista non ha una carenza rispetto al monoteismo, bensì un arricchimento, non gli è estranea nella figura di Zeus l’idea di una divinità suprema trascendente, ma al contempo accetta il molteplice senza esclusivismi intolleranti, consentendo ad ogni manifestazione del reale un suo degno posto nell’ordine del cosmo.

Il monoteismo introduce invece il nichilismo escludendo la molteplicità del reale, nel tentativo di mantenere unicamente l’eternità ed immutabilità dell’essere, poiché al di fuori di Dio che solo può fregiarsi dell’essere, tutto il resto, in particolare le manifestazioni sensibili del divenire, finisce con l’apparire un nulla. Per il monoteismo, a parte il Dio supremo, tutto è un mezzo, mentre per il politeismo, qui rappresentato da Omero, ogni ente è manifestazione di un’essenza, in ultima istanza, sacra.

In Omero quando un uomo elegge una sola divinità a propria guida il risultato è spesso funesto. Il giudizio di Paride ne è l’esempio più eclatante: l’esclusiva predilezione per una delle Dee, rispecchiamento di una vita all’insegna di un unico ambito dell’esistenza, provoca la reazione di quelle trascurate e respinte, così come l’infelicità è spesso il risultato di una vita vissuta esclusivamente in nome di una sola sfera della realtà.

Nel complesso rapporto affettivo e conflittuale di Zeus con gli altri Dei Omero illustra poeticamente quella che potremmo più banalmente definire la contrapposizione tra unità e molteplicità dell’essere. Per fortuna sua e dei suoi ascoltatori egli non aveva bisogno di concettualizzare pedantemente il suo pensiero: Zeus, l’unità dell’universo che su tutto domina, deve a volte imporsi sulle tendenze autonome ed anche un po’ “ribelli” del molteplice, che devono essere tenute sotto controllo dall’unità, pur essendo tuttavia necessarie. Per questo, quando gli Dei combattono tra loro, Omero dice: «udì Zeus dall’Olimpo; e gli si rallegrò il caro cuore per la gioia, come vide gli Dei venire a contesa» (Il. XXI, 388-390).

Molti si sono scandalizzati per questo “perfido” Zeus che gode delle risse, ma è evidente che il poeta sta parlando di quella che poi i filosofi individueranno come la dinamica contrapposizione del molteplice, necessaria all’universo quanto la sua armonica ricomposizione, garantita appunto da Zeus. E’ impossibile che i mondi di Afrodite e di Atena non vengano talvolta in contrasto, così come quelli di Era ed Artemide: tutti questi ambiti sono per il politeismo degni di rispetto e venerazione, quindi nessuno può venir sacrificato senza violare la totalità dell’essere e stando così le cose avviene anche che lo scontro possa rappresentare una possibilità concreta. Ma la lotta, soprattutto nel caso degli Dei immortali, non è sempre un fatto negativo: l’immobilità nell’uno esisteva solo prima del venire all’esistenza.

La grandezza del politeismo omerico consiste tra l’altro nel non aver preteso ricondurre sempre e comunque il molteplice ad una forzata unità, ma l’aver individuato una vitale dialettica tra le sue varie manifestazioni. Infatti la singola parte è importante quanto l’unità: ognuna deve avere la “parte d’onore” che le spetta perché il tutto possa regolarsi con giustizia.

La pretesa di ridurre la molteplicità ad un’unità sarebbe distruttiva, come se Zeus volesse eliminare tutti gli altri Dei per rimanere lui solo: ciò è impossibile per Omero per il quale “unitarietà” equivale a “morte”. Di ciò che è vivo e vitale il poeta mette in rilievo le diverse parti che di volta in volta si mostrano nell’azione: così del corpo umano, quando è vivo, preferisce prendere in considerazione la parte che agisce, le ginocchia, i piedi, le braccia che si muovono, mentre quando è ormai immobile, cadavere, la sua inerzia viene resa col termine unitario “soma“. Perciò non è corretto dire, come spesso è stato fatto, che Omero non abbia una visione unitaria della persona umana, basandosi sul fatto che per lo più si sofferma sulle parti piuttosto che sull’insieme. Omero invece sottolineava con la varietà di termini usati proprio la caratteristica di soggetto agente dell’individuo considerato, piuttosto che quella di oggetto passivo.

Allo stesso modo, egli ha una visione unitaria del cosmo e delle sue leggi, ma vedendo l’universo come un insieme vitale, ne mette in risalto la dinamicità delle parti. Anzi, potremmo osservare il fatto che appare abbastanza sinistro l’aver utilizzato in seguito, nel tentativo di unificare l’individuo, per indicare il corpo proprio quel termine che in Omero identificava il cadavere, “soma” appunto, così come aver imposto di unificare in un Dio singolo la complessità del divino ha impoverito lo spirito e reso molti aspetti dell’esistenza umana privi di guida e di gioia.