Antropomorfismo e democrazia

Omero è spesso stato criticato per aver attribuito ai propri Dei un aspetto umano. Il filosofo Senofane, vissuto nel VI secolo aC, criticava l’antropomorfismo degli Dei con la strana osservazione che se buoi e cavalli avessero la possibilità di rappresentare gli Dei li rappresenterebbero come buoi o cavalli; ciò porta in realtà ad una conclusione opposta a quella che il filosofo vorrebbe suggerirci, e infatti non è un caso che solo l’uomo tra tutti gli esseri viventi abbia coscienza del divino e che quindi lo possa rappresentare. Il raffigurarlo “a sua immagine” è una conseguenza naturale del fatto che gli uomini avevano percepito in sé quell’affinità che consentiva loro di concepire la divinità: un vero filosofo avrebbe dovuto almeno chiedersi perché buoi e cavalli non rappresentassero gli Dei, e trarne le logiche conseguenze.

Non è stata una coincidenza fortuita se proprio da coloro che vedevano in Omero una guida costante nelle loro vite verranno al mondo le idee di libertà, di democrazia, di legge: gli uomini di Omero hanno trasmesso ai posteri una straordinaria fiducia in se stessi, forse ereditata dal loro eroico passato miceneo, che ben si esplicita nel rapporto che essi hanno intrattenuto con i loro Dei ed anche nell’aspetto che hanno loro attribuito. Così il tanto vituperato antropomorfismo degli Dei mostra quale alta coscienza l’uomo avesse di se stesso e delle proprie facoltà; possiamo anzi dire che mostra la più alta considerazione di sé che l’uomo abbia mai avuto. Nel rappresentare i suoi Dei in forma umana Omero, usando il linguaggio del mito, vuole suggerire accostamenti e riflessioni, senza dover forzare in dogmi e formule concettuali necessariamente limitanti l’immagine  del divino che sfugge ad una precisa definizione umana.

Inoltre, un aspetto “politico” della critica all’antropomorfismo viene efficacemente messo in evidenza da Theodor W. Adorno: «l’ultraconservatore, antiionico Senofane, nel ripulire l’Olimpo borghese e moderno giacché i suoi abitanti non gli sembravano abbastanza rispettabili da mantenere in soggezione il popolo, elaborò, nella sua argomentazione contro gli Dei antropomorfi, tutto l’apparato del più tardo illuminismo religioso, comprese l’ironia e la denuncia delle incongruenze». E sottolineiamo le parole «non gli sembravano abbastanza rispettabili da mantenere in soggezione il popolo»: questo aspetto è particolarmente importante: apparentemente più razionalista, il rifiuto dell’antropomorfismo omerico mostra il suo lato «ultraconservatore» e strumentale. Non a caso Senofane sfocia in una sorta di monoteismo: «tuttavia il razionalismo del pensiero dell’unico Dio non è separabile dall’irrazionalismo della grazia e della fede. Con ogni pezzo di mondo, che deve essere respinto per raggiungere l’idea della divinità pura e trascendente, quest’ultima diviene sempre più estranea e incomprensibile».

Si può così cogliere il risvolto politico del rifiuto dell’antropomorfismo: chi vuole imporre agli uomini un ben determinato codice di comportamento da lui stesso definito, inizia con l’erodere la fiducia in se stessi dei suoi concittadini, evidentemente considerati inferiori a filosofi o sacerdoti, che si ritengono più qualificati a stabilire per gli altri le regole del ben vivere. Quindi non avviene più come in passato, quando ogni uomo sapeva cosa fosse giusto grazie alla propria affinità agli Dei, e al limite poteva scordarsene, come in Omero, bensì si può leggere la condanna dell’antropomorfismo come il tentativo di un piccolo gruppo di “intellettuali” di sottrarre al resto del genere umano la funzione di guida spirituale. In Omero, Odisseo non pensa che il porcaro dovrebbe astenersi dall’esprimere opinioni “filosofiche”, mentre Platone si scandalizza che il ciabattino possa dire la sua sul giusto e sul bene senza esserne “qualificato”: in fondo questo dipende dal fatto che avendo sottratto gli Dei al mondo degli uomini, relegandoli in un empireo accessibile solo a pochi sublimi filosofi od “iniziati”, si sono al contempo esiliati nel regno dell’ignoranza tutti gli esseri umani che non vengono considerati parte di questo club, ai quali spetta solo di accogliere con riconoscente devozione le opinioni degli autoproclamatisi “saggi”.

La società omerica è sì aristocratica, ma la vicinanza con gli Dei non vale solo per gli eroi, bensì si trasmette a tutti gli uomini, poiché la condivisione di ciò che di più elevato esiste nell’essere umano si estende a tutti: Eumeo può essere in tal modo definito «il divino porcaro» senza rappresentare motivo di ironia o di scandalo, poiché in quanto uomo egli, pur essendo socialmente di bassa condizione, può essere “divino” ed esprimere opinioni sagge e degne di rispetto.

In Omero si può notare che la religiosità non diviene mai uno strumento di dominio o di coercizione e neppure di esclusione. Chi fin dall’antichità ha accusato Omero di blasfemia a causa dei suoi Dei antropomorfi, accecato dal proprio moralismo, non ha colto questo aspetto importante: il poeta ha evidentemente un’alta concezione del genere umano, pur riconoscendone le limitazioni, non trova minimamente offensivo per gli Dei avere talvolta comportamenti umani ed ha abbastanza distacco e senso critico per astrarre dalla nostra contingente vita di mortali e per capire che alcuni di quelli che costituirebbero per noi deplorevoli comportamenti sarebbero del tutto insignificanti per esseri immortali, senza tuttavia cessare di essere criticabili per noi umani. Dopo tutto, quel «non voler pensare come gli Dei» che Apollo ricorda a Diomede ( Il. V, 440-441) è piuttosto chiaro anche sotto questo aspetto: le norme etiche che guidano la vita degli uomini non coincidono in tutto con quelle che regolano l’esistenza beata degli immortali, anche se in molti casi possono valere per gli uni e per gli altri.