Ares ed Afrodite

Come accompagnamento alle danze dei giovani Feaci il cantore Demodoco narra gli amori di Ares e di Afrodite, l’adulterio della Dea ai danni del marito Efesto e la punizione dei due fedifraghi. Leggendo questi versi i bigotti pedanti si sono sempre soffermati sull’adulterio in sé, indegno a loro avviso della maestà degli Dei; tuttavia seguendo il racconto senza pregiudizievole indignazione si nota come il fatto sia un pretesto per suggerire delle riflessioni in forma leggera e divertente. Infatti Odisseo e i Feaci si divertivano ad ascoltare ed è presumibile che lo stesso Omero e i suoi ascoltatori ritenessero divertente, non empia o immorale, la storia. Nessuno di essi si sarebbe aspettato dalla Dea della passione amorosa una fedeltà incrollabile al marito, o dalla Dea della bellezza e della seduzione un amore sviscerato per quello che è descritto, con tutto il rispetto, come il più brutto degli Dei; il prestante Ares è senza alcun dubbio un amante perfetto per la «Dea del sorriso».

Del racconto è stata data opportunamente anche una lettura allegorica: Ares ed Afrodite che si uniscono rappresentano infatti l’unione dei contrari, individuata dai fisici successivi ad Omero come indispensabile presupposto per la vita nell’universo; Efesto che li incatena è naturalmente il fuoco, che appunto permette tale legame; Poseidone che ne chiede la liberazione è invece l’elemento liquido grazie al quale i contrari si scindono nuovamente consentendo il perpetuo divenire che ha bisogno di separazione come di unione.

Ma, a parte questo, e a parte il divertimento offerto dall’arguta contromisura di Efesto, è palese, ed esplicita, la riflessione morale di Omero: di fronte ai due adulteri pubblicamente ridicolizzati (Od. VIII, 328-332),

così osservando qualcuno diceva al vicino:
«Non sono vantaggiose le cattive azioni: il lento raggiunge il veloce,
così anche ora Efesto pur essendo lento ha preso Ares,
che è il più rapido tra gli Dei dell’Olimpo,
essendo zoppo ha usato l’inganno: e quello deve pagare la multa dell’adulterio».

Si può notare quindi che il racconto è tutt’altro che privo di morale, poiché si dice chiaramente che si tratta di una “cattiva azione” e che essa “non è vantaggiosa”; ma Omero e i suoi ascoltatori erano d’animo abbastanza elevato da non misurare ogni evento “cosmico” con il piccolo metro della vita umana, e sapevano che quegli avvenimenti che possono costituire una grave colpa nel mondo dei mortali sono in realtà soltanto inezie per lo più risibili per esseri eterni e beati.

Tacciare d’immoralità questo racconto è quindi completamente fuori luogo, sia dal punto di vista “teologico”, sia dal punto di vista “umano”: non esiste l’eventualità che questa storiella corrompa i costumi dei mortali, poiché in nessun caso Afrodite potrebbe essere un esempio da imitare per le donne; anzi proprio questo mito consente di fare un confronto altamente istruttivo con il mondo degli uomini nel quale le infedeltà “vere”, come quelle di Elena e di Clitemnestra, si concludono in tragedia.

E’ perciò possibile al poeta biasimare l’eccesso nella vita dei mortali pur senza condannare l’ambito nel quale tale eccesso possa aver avuto luogo: l’incontinenza sessuale può certo provocare grandi tragedie, ma sarebbe empia la condanna di Afrodite come tale o di ciò che essa rappresenta. Perciò il racconto di Demodoco è un notevole esempio di grandezza d’animo degli uomini in grado di apprezzarlo: ciò che nella vita dei mortali si traduce in dramma, dal punto di vista divino è al massimo suscettibile di ridicolo.

Il poeta esemplifica il concetto con immagini opposte, fornendoci la possibilità di un confronto istruttivo: la scelta proposta alle donne mortali non è quella tra Afrodite “satanica” e la mortificazione della loro femminilità, demonizzata e condannata a causa della stessa Afrodite, ma la scelta tra Andromaca e Penelope da una parte ed Elena e Clitemnestra dall’altra. Le donne sono da esempio alle donne, e gli uomini agli uomini, non gli Dei o le Dee, il cui mondo non è commensurabile a quello umano poiché «non è mai uguale la stirpe degli Dei immortali e degli uomini che si muovono sulla terra» (Il. V, 441-442).

Bisogna saper distinguere tra la venerazione religiosa della santità delle forze all’opera nella realtà immortale ed immutabile dell’essere, quali sono gli Dei con le caratteristiche loro proprie, sempre venerabili, e la valutazione propria dell’uomo sul come e quando lasciar agire in se stesso e nella propria vita tali forze.

Omero avrebbe senza dubbio considerato empia la brutalità con la quale altri hanno condannato in blocco interi ambiti dell’esistenza, non solo umana, ma universale. Nel politeismo omerico il “male” non esiste come entità reale necessariamente congiunta a determinate sfere della vita: respingerne una a priori sarebbe fare ingiustizia all’ordine del mondo che tale sfera ha previsto. L’uomo piuttosto sa che deve essere vigile, ma al contempo fiducioso delle proprie facoltà e della propria forza, poiché le virtù delle quali siamo dotati non sono indifferenti nel determinare gli eventi ed anche i nostri rapporti con gli Dei: Afrodite sottomette ai suoi voleri Elena, non Penelope che invece viene consigliata da Atena.