Giustizia e vendetta

L’ultima parte dell’Odissea rivolge l’attenzione alla questione della vendetta e del diritto: al poeta certamente non sfugge il fatto che la gestione della conflittualità interna non possa basarsi su una continua serie di vendette e che sia quindi necessario porvi un limite. Tuttavia egli comprende che vendetta e diritto non sono necessariamente in antitesi: infatti, come scrive Adorno nella sua Interpretazione dell’Odissea «il diritto è la vendetta che rinuncia», ma la vendetta è la rivendicazione di un diritto e rinuncia solo a patto di ricevere soddisfazione altrimenti. Solo quando le parti s’impegnano al rispetto della legalità si può richiedere la rinuncia al diritto alla vendetta: diversamente si avrebbe la prevaricazione di una parte sull’altra, l’obbligo imposto alla vittima di accettare il sopruso e la violenza.

Per questo motivo Telemaco si era augurato che i pretendenti morissero «invendicati» (Od. II, 145): essi avevano compiuto ingiustizia fidando nella forza propria e delle proprie famiglie, e la loro punizione andava considerata legittima, mentre le loro famiglie non hanno il diritto di vendicarsi a loro volta. A mio avviso questo passo è importante poiché supera lo stadio primitivo di “ognuno ha il suo diritto”, per progredire verso la fase in cui la società si assume il compito di rendere giustizia alla vittima, la quale da parte sua a quel punto può abdicare alla vendetta personale. Anche la rinuncia da parte di Achille ad un’immediata vendetta su Agamennone si basa sul fatto che Atena gli promette riparazione in altro modo; in questo caso Achille si attende invano un appoggio dalla “società”, ed infatti si indigna contro gli altri Achei quasi quanto contro Agamennone, ma tuttavia lo ottiene dagli Dei. Avrebbe trattenuto la spada se avesse previsto di non guadagnarsi altro che l’onta della rinuncia?

Tuttavia nell’esercizio del diritto alla vendetta vi sono dei limiti e talvolta le esigenze della pace sociale richiedono la rinuncia alla vendetta e l’accettazione di un compromesso – nel mondo omerico non esiste infatti la prigione – la qual cosa però non implica che la parte lesa, oltre al dolore e al danno subito, si avvilisca con un perdono che, più che l’espressione di un impulso spontaneo, rappresenta un tributo di sottomissione alla religione che lo pretende. Anche per questo motivo l’omicida generalmente non poteva restare nella stessa terra ma doveva andare in esilio se voleva evitare di incorrere nella vendetta della famiglia della vittima: non si poteva chiedere a questa di tollerarne la presenza, tantomeno di perdonare, e questo è giusto perché indica un superiore interesse verso i sentimenti delle vittime piuttosto che dei loro carnefici, cosa veramente poco etica.

Questa visione della giustizia è lontana sia dal principio dell’«occhio per occhio» sia dal perdono, dall’ottusa inesorabilità della catena di cause ed effetti come dall’oblio della debolezza che giustifica la propria impotenza, o indifferenza, a far rispettare la giustizia con quella che non è poi altro che sottomissione del debole al violento. Il ritorno alla pace sociale ad Itaca è possibile solo dopo la punizione di coloro che per primi hanno infranto quella stessa pace, così come la fine della guerra di Troia avrebbe potuto concretarsi solo dopo la restituzione di Elena e delle ricchezze rubate a Menelao con aggiunta di adeguata riparazione.

Alla fine dell’Odissea (Od. XXIV, 482-486), gli Dei, dopo aver consentito la punizione degli ingiusti, pervengono a scongiurare le divisioni intestine: Zeus stesso stabilisce che

poiché il divino Odisseo si vendicò dei pretendenti,
avendo stipulato patti leali egli governi per sempre,
mentre noi sull’uccisione di figli e fratelli
proponiamo l’oblio: comportandosi amichevolmente l’un l’altro
come prima, abbiano ricchezza e pace in abbondanza.

Questi versi sono indicativi: gli Dei consentono la vendetta di Odisseo, ma non quella delle famiglie dei proci, dal momento che essi commisero l’ingiustizia per primi e le famiglie avrebbero potuto trattenerli (Od. XXIV, 455-462). Tuttavia non si richiede ad esse di perdonare nemmeno quando sono in torto, poiché questo sarebbe contrario alla natura umana, ma i loro figli muoiono invendicati e cadranno nell’oblio poiché sono stati essi causa dei propri mali: la pace sociale impone che la questione si chiuda qui.