Zeus e la morte

Ad un certo punto della battaglia (Il. XII, 402-403) Zeus interviene per proteggere Sarpedone

 … ma Zeus allontanò le Dee della morte
da suo figlio, perché non fosse ucciso presso le poppe delle navi,

tuttavia il Cronide, pur a malincuore, non potrà fare niente per il figlio quando sarà giunta la sua ora. In quell’occasione (Il. XVI, 441-442), a Zeus che vorrebbe salvare dalla morte il figlio, Era domanda:

un uomo mortale, già prima votato al destino,
vorresti liberarlo dall’orrida morte?

E’ interessante il fatto che, in teoria, Zeus sarebbe in grado di salvare il figlio, altrimenti questa domanda non avrebbe senso; ma, da perfetto saggio stoico ante litteram non vuole andare contro il fato. Questa mirabile moderazione da parte del più potente degli Dei avrà sicuramente un impatto notevole sul pensiero degli uomini delle epoche successive: è naturale, pertanto, che si traggano delle conseguenze. Per prima cosa, se neppure il potentissimo Cronide può voler andare oltre i limiti, tanto meno dovrà essere concesso ad un uomo, per quanto potente esso sia.

Questo limite, che pone un freno anche a ciò che può voler fare lo stesso Zeus, è un grande esempio di moderazione per l’uomo: ben lungi dall’essere una diminuzione di forza, l’astenersi dal compiere atti che potremmo essere in grado di fare, volendo, ma che è ragionevole non fare, ci avvicina alla lungimiranza del saggio Zeus.

Nei momenti più cruciali, il decreto del destino viene simboleggiato da Zeus che pesa sulla bilancia i destini dei contendenti (Il. VIII, 69-71):

e allora il padre tese le bilance auree;
e vi poneva i due destini di morte dolorosa,
dei Troiani domatori di cavalli e degli Achei armati di bronzo,
le alzava nel mezzo avendole prese; e scendeva il giorno fatale degli Achei.

Questo gesto del Dio supremo vuole evidentemente indicare la mancanza di arbitrio da parte di Zeus e il fatto che la sconfitta degli Achei, per quanto dolorosa, avviene secondo il fato: non importa chi abbia deciso, poiché, come si legge su una lapide romana, «hoc est, sic est, aliut fieri non licet», è così e non può essere altrimenti.

Ogni uomo alla nascita ha in sorte un certo destino dalle Moire. Gli Dei non possono interferire. Così anche il giusto e pio può subire una sorte funesta senza che questa possa essere imputata a Zeus. Dolore e morte fanno parte della vita umana non per colpa degli Dei.

Quando Ettore, dopo aver ucciso Patroclo, indossa le armi di Achille tolte al morto, Zeus, scuotendo il capo, dice (Il. XVII, 201-202 e 206-208):

 o infelice, non pensi alla morte,
che invece ti è vicina…
… ma adesso ti voglio garantire una grande vittoria,
a compenso del fatto che di ritorno dalla battaglia
Andromaca non riceverà da te le splendide armi del Pelide.

Quanta malinconica dolcezza in queste parole: il Dio non si indigna con l’eroe per il suo orgoglio, né lo schernisce per la sua ignoranza, ma con affetto gli concede l’unica cosa che l’uomo possa accettare senza venir meno alla propria dignità e al proprio onore e che la divinità possa concedere senza violare i decreti del destino.

Il fatto che Zeus non possa salvare Ettore dalla morte, nonostante i meriti di costui nei suoi confronti, o Sarpedone, che pure è suo figlio, vale per tutti gli uomini: «… mi stanno a cuore, e pure muoiono» (Il. XX, 21), dice commosso ad un certo punto il padre degli uomini e degli Dei. Viene qui posto un limite, che dovrebbe far meditare: né le cosce fumanti di tutte le mandrie della terra, né le più splendide virtù, potranno mai salvare l’uomo dalla morte, quando sia giunto il momento fatale. Ma fino ad allora, sì, un Dio può esserci accanto: l’importante è non pretendere che faccia di noi quello che non siamo.

Ciò che è lecito che Zeus faccia a beneficio degli uomini da lui amati, non trascura di farlo tuttavia il poeta osserva giustamente (Od. III, 236-8) che

la morte uguale per tutti neppure gli Dei
possono allontanarla da un uomo anche caro, quando
lo raggiunge il destino funesto di morte dolorosa.

Sarebbe totalmente ingiustificato considerare questo limite posto all’onnipotenza divina come un elemento di debolezza o inferiorità degli Dei rispetto al Dio delle religioni monoteistiche; a quest’ultimo infatti l’onnipotenza viene arbitrariamente attribuita dai suoi adoratori, che desiderano appunto un Dio onnipotente nella speranza che questi possa così salvarli dall’inevitabile: non potendo per ovvi motivi attribuire al proprio Dio il potere di salvare dalla morte i suoi fedeli ancora in vita, essi rimandano la salvezza a dopo la morte, ragionevolmente sicuri che nessuno potrà tornare indietro a smentire le loro credenze, anche se un’opinione non può essere detta vera per il semplice fatto di non poter essere smentita.

Gli Dei omerici, al contrario, non sono onnipotenti semplicemente perché i loro adoratori non pensavano, più o meno consciamente, che la ragion d’essere degli Dei fosse quella di sottrarli alla morte, intrinsecamente connessa alla natura umana. Perciò Zeus non si sente minimamente imbarazzato dal fatto di non poter salvare Sarpedone o Ettore; o meglio, tecnicamente potrebbe anche salvarli, come dimostrano i dialoghi con altri Dei in queste occasioni, ma solo a prezzo della trasgressione di un ordine naturale che, a pensarci bene, è veramente opportuno non violare. Omero, con la sensibilità che gli è propria, capisce perfettamente che questo è un tema cruciale per noi esseri mortali: nessuno di noi vorrebbe morire – generalmente – e questo è pienamente comprensibile, e il poeta sublima addirittura questo desiderio di vita mostrando perfino il Dio supremo addolorato per la morte degli uomini. Ma, tralasciando questo pur naturale aspetto emotivo, possiamo davvero dire che sarebbe opportuno poter realmente sfuggire al comune destino? Se ciò fosse effettivamente possibile, sarebbero i peggiori, non i migliori tra gli uomini, i più disposti a commettere qualsiasi nefandezza pur di perpetuare le proprie immeritevoli esistenze. E’ bastata l’illusoria speranza di poter godere dopo la morte di una vita eterna per regalare a religioni intolleranti e sanguinarie il controllo di interi popoli per millenni, causando innumerevoli violenze e guerre religiose.

E’ stato un grande merito di Omero l’aver mostrato agli uomini la possibilità di essere religiosi senza pretese di miracoli o di premi mirabolanti; la fede negli Dei non è un modo per sfuggire alla realtà, per auto illudersi di potersi sottrarre al destino comune dell’umanità.