Atena e la morte di Ettore

Un episodio spesso contestato, nel quale l’intervento divino è parso a molti commentatori particolarmente crudele, è il racconto dell’aiuto fornito da Atena ad Achille contro Ettore. Anche Zeus aveva espresso il proprio rammarico per il destino dell’eroe troiano, e perfino Apollo, protettore di Ettore, deve abbandonarlo quando il piatto della bilancia che regge il fato dell’eroe scende verso l’Ade. Mentre Apollo si allontana da Ettore, ormai votato al suo destino, Atena interviene in aiuto di Achille: la Dea prende le sembianze di Deifobo e convince Ettore a fermarsi per affrontare l’avversario.

Il poeta dice che la Dea agì «scaltramente» (κερδοσύνη – Il. XXII, 247), e non «perfidamente», come interpreta Jacqueline de Romilly, secondo la quale Ettore non è stato solo «abbandonato, ma tradito, ingannato, messo in trappola». Ma Ettore non è un «giocattolo nelle mani degli Dei, guidato da loro, perduto da loro…»: da quando l’uomo non accetta più il proprio destino, interpreta anche l’azione degli Dei in maniera differente da Omero. Dove egli notava semplicemente l’astuzia con la quale Atena induce Ettore a fermarsi per affrontare Achille, viene vista la perfidia, che non esiste per Omero e nemmeno per Ettore che, da parte sua, aveva già attribuito a se stesso la responsabilità per quanto stava succedendo: «ora poiché ho mandato in rovina il popolo per la mia stolta presunzione, ho vergogna…» (Il. XXII, 104-105).

Gli uomini di Omero possono sentirsi talvolta sovrastati dagli eventi, e magari gabbati da qualche Dio, ma sono ben lungi dal ritenersi “giocattoli” in mani altrui. Anche in questo caso possiamo notare quanto l’interpretazione moderna sia significativa: all’uomo moderno, infatti, interessa la salvezza, il non dover subire qualcosa che in realtà è inevitabile e si rammarica quando si accorge che il destino è più potente della sua volontà. Infine, se la prende con gli Dei che sono “perfidi” se non intervengono ad evitare ciò che lui giudica un “male”.

La scena descritta da Omero, invece, suggerisce un’interpretazione differente. Sappiamo già che Ettore è «da lungo tempo» destinato alla morte: il concetto è ribadito più volte, quando Zeus si rivolge agli Dei meditando di salvarlo, e quando lo stesso padre degli uomini e degli Dei tende la bilancia coi destini dei due combattenti. Tuttavia, nel canto XX dell’Iliade, ad un certo punto Apollo si avvicina ad Ettore, consigliandogli di non affrontare Achille al di fuori della mischia (Il. XX, 375-380), avvertimento probabilmente senza speranza da parte del Dio, ma comunque elargito all’uomo, libero poi di ascoltarlo oppure no. E sarà Ettore a decidere, del tutto autonomamente di non seguire il consiglio di Apollo: finché ne ha la possibilità il Dio protegge Ettore (Il. XX, 444-451), ma quando il destino è segnato anche Apollo deve allontanarsi. Così noi sappiamo che in realtà Ettore è solo, né Dei né uomini sono al suo fianco per affrontare Achille e la morte. Può darsi che Omero ci voglia anche suggerire una riflessione sul valore dell’aiuto: se Deifobo si fosse davvero posto a fianco del fratello, avrebbe effettivamente incoraggiato Ettore ad intraprendere ciò che in quel momento non si sentiva di affrontare da solo, dandogli la fiducia necessaria a proseguire, a questo punto anche senza aiuto esterno. Ettore non è un kamikaze e nell’accettare la lotta deve poter avere una possibilità di successo. Nessuno dei Troiani ha in realtà avuto il coraggio di affiancarsi ad Ettore. Ma per Ettore è bastata l’illusione per superare un momentaneo scoramento. Quando poi la sfida è accolta, non cambia niente rendersi conto invece di essere senza speranza.

In che cosa consiste esattamente la scaltrezza di Atena? E’ a caso che il poeta usa il termine κερδοσύνη che contiene in sé il riferimento a κέρδος, “guadagno, utile, vantaggio”? Si deduce che Atena agisce “astutamente” in modo da ottenere un vantaggio; certamente un vantaggio per Achille, ma fino ad un certo punto. Infatti, noi sappiamo già che Achille avrebbe comunque avuto la meglio su Ettore: qualche giro di corsa in più non sarebbe certo stato un problema per il Pelide, proverbialmente «dai piedi veloci». Il vantaggio, quindi, è di Achille, certo, ma questo intervento di Atena non è affatto necessario per la vittoria del suo protetto.

L’utile è anche di Ettore, nonostante le apparenze. Naturalmente, non se si intenda per utile scampare alla morte, come pare considerino i moderni commentatori, ma ciò che si intenderebbe secondo l’etica del guerriero omerico, e cioè agire in modo da acquistare gloria e fama imperitura. Infatti Ettore, quando si rende conto dell’inevitabilità della propria morte, e dell’inganno di Atena, reagisce con molta compostezza (Il. XXII, 296-7; 299-305):

 ed Ettore allora comprese in cuor suo e disse:
ahimè, ora senza alcun dubbio gli Dei mi chiamano alla morte…
… mi ha illuso Atena.
Ora dunque mi è vicina la morte odiosa, non è lontana,
né le posso sfuggire: infatti già da tempo doveva essere gradito
a Zeus e al figlio di Zeus, l’arciere, che prima
benevoli mi proteggevano: ora invece il destino mi ha raggiunto.
Ma non morirò senza lotta e senza gloria,
bensì compiendo grandi gesta che anche i posteri conosceranno.

Prima di essersi reso conto dell’inevitabilità della propria morte Ettore, come naturale per l’essere umano, aveva cercato di salvarsi la vita: gli eroi omerici non disdegnano la fuga, anche se vi ricorrono raramente. Ma cercando scampo in tal modo, Ettore si esponeva involontariamente ad una morte vergognosa, colpito alle spalle come un vile: una reputazione di onore conquistata in tutta una vita, avrebbe potuto macchiarsi per un solo momento di scoramento.

Ma Ettore è troppo caro agli Dei perché ciò possa accadere e quegli Dei che non hanno modo di salvargli la vita, gli danno tuttavia un segnale affinché egli possa almeno salvarsi l’onore e acquistare gloria eterna. Infondendogli il coraggio per affrontare il duello con un uomo più forte di lui, e poi dandogli la certezza della morte imminente, Atena offre ad Ettore forse il momento più esaltante della sua vita ed è indicativo che non infonda direttamente, come a volte sogliono fare gli Dei, il coraggio all’uomo ma, a suo maggior merito, crea solo un piccolo inganno che nulla toglie all’eroe.

Pur pensando che Atena lo abbia ingannato e che Zeus ed Apollo, che prima lo proteggevano, abbiano da tempo voluto ciò che sta per accadere, il valoroso Ettore non accenna nemmeno una parola di biasimo nei confronti degli Dei, nessun «perché mi hai abbandonato?», mostrando di essersi realmente meritato la stima di Zeus e la fama di uomo pio. Omero è troppo religioso per attribuire cattiveria agli Dei e i suoi eroi sono troppo saggi e pii per ribellarsi alla “necessità” e possono sentire la presenza del divino anche nel momento fatale ed anche quando è loro infausta: all’uomo resta comunque l’orgogliosa consapevolezza di partecipare ad un destino sublime e di sapere che, se non si può scegliere il proprio destino, per lo meno si può scegliere come affrontarlo.

Nel momento in cui capisce che «è vicina la morte odiosa, non è lontana, né le posso sfuggire» Ettore virilmente ne prende atto, senza lamenti, senza empietà; se aveva prima cercato una via di scampo, ora sa che può solo dare un senso alla propria morte, «compiendo grandi gesta che anche i posteri conosceranno», e in quel momento più che in ogni altro egli è veramente “grande”.

Achille & Ettore