L’onore degli uomini

Il mondo degli eroi di Omero è una società civile, una società regolata da un preciso codice etico: non è la forza a dettare legge, ma il senso dell’onore.

Lucien Febvre ha sintetizzato con parole estremamente efficaci in che cosa consista il senso dell’onore:

ma cos’è dunque il senso vero dell’onore? L’onore è innanzitutto un rifiuto, un rifiuto di scendere a patti con ciò che è brutto, basso, volgare, interessato, non gratuito; un rifiuto di inchinarsi dinanzi alla forza in quanto tale; dinanzi alla pace in quanto tale; dinanzi alla fortuna in quanto tale. L’onore implica, in colui che lo porta in sé, un senso altero e risoluto del rischio, del gioco in cui si rischia di perdere la vita o di guadagnarsi la stima dei propri pari, un senso tragico del destino e al tempo stesso della dignità nella cattiva sorte…
L’onore è poi una sensibilità, una sensibilità assai viva, nei confronti delle diminuzioni in cui può cadere vittima il nostro io, la nostra persona. E’, se si vuole, un rispetto esigente e continuamente inquieto di se stessi, un grande sentimento della bellezza della vita, portato fino all’altezza più pura, alla passione più ardente; da qui l’obbligo di non sopravvivere all’affronto, cioè a un danno portato contro la nostra vita; da qui l’obbligo di cancellare ogni lordura, di liberarsi da ogni onta per mantenere in tutta la sua purezza la dignità della propria persona, per restare fedeli a ciò che si è.
Infine l’onore è una forza d’azione, una forza che si realizza nell’azione, non nella speculazione. L’onore impegna l’uomo nell’azione. Lo impegna subito, totalmente, senza discussione né tergiversazione. L’onore non aspetta, non esita…
L’onore è la volontà che si contrappone alla fatalità. Onore, presa di coscienza della libertà di volere… Le nostre azioni, le nostre azioni soltanto lo sostengono… Affrontare il destino, anche se deve essere contrario. Conservare il sentimento di ciò che si deve al passato, al proprio passato, al passato della causa che si serve e per cui ci si sacrifica…
Si dice: onore, regole artificiali, esteriori, sociali. Ma cosa c’è di meglio per formare l’io, per disciplinare l’individuo?

Queste parole, scritte nel 1945 pensando naturalmente alla Francia, ci consentono di comprendere come meglio non si potrebbe i contenuti di un sentimento condiviso dagli esseri umani anche se non da tutti attraverso i millenni. In esse possiamo ritrovare ancora oggi i comportamenti e i modi di pensare dei guerrieri omerici. Se si prova a leggere l’ira di Achille alla luce di questa definizione, se ne coglierà il significato profondo.

Perché possa esistere un senso dell’onore, deve prima di tutto esistere una precisa consapevolezza di se stessi, la coscienza di essere un certo tipo di persona, la volontà di rendere nota questa propria identità anche agli altri con le azioni, e quindi la determinazione morale a perseguire il proprio codice in ogni occasione.

Così Diomede risponde a Stenelo che gli consiglia di ritirarsi (Il. V, 252-256), ed indirettamente ad Agamennone, che in precedenza gli aveva polemicamente ricordato come Tideo non fosse solito «acquattarsi» (Il. IV, 372),

non farmi discorsi di fuga, poiché sono deciso né ti darò retta.
Infatti non è nella mia natura combattere fuggendo
né acquattandomi; e poi il mio animo è saldo;
mi vergogno di salire sul cocchio, ma così
andrò contro di loro; non permette che io tremi Pallade Atena.

Achille, consapevole della propria dignità, non accetta che essa possa venire sminuita da nessuno, Diomede, in nome di ciò che è e di ciò che è stato suo padre, non vuole ritirarsi, Aiace, Menelao e Toante, pur vedendo la sorte avversa, non cedono, Odisseo, pur trovandosi solo, affronta i nemici soverchianti, e si potrebbe continuare. Achille potrebbe scegliere una vita tranquilla, nessuno può impedirgli di ritornare al palazzo di suo padre e godersi le ricchezze, trovarsi una moglie e regnare sul suo popolo: non ha bisogno di Agamennone e dei suoi doni per questo. Sa di avere ancora la possibilità di scelta, ma non si mette a soppesare il valore dei beni materiali con quello della vita, non è un mercante, né un predone. Gli eroi omerici aspirano all’onore convinti della superiore dignità della propria persona: questa hanno sempre presente alla mente quando devono decidere come agire e cosa fare, ma vivendo in una società eroica esigono il riconoscimento pubblico che gli spetta, poiché come osserva sempre Febvre «l’onore sociale esterno è la cifra e il segno dell’onore interno. Ciò che è apparenza rinvia all’essere profondo. L’onore è il segno di riconoscimento esterno e visibile del valore, invisibile e interno, che ciascuno si attribuisce. Segni di “differenza”, segni di “considerazione”, tesi a far rispettare ciò che di unico e di sacro vi è in ciascuno: la persona».

La ricerca della gloria è in realtà una sublimazione del dolore, così presente nella vita dell’uomo. In tal modo l’eroe non subisce la sorte, ma compie un’impresa degna dell’immortalità. Così Achille, sapendo di avere vita breve, vuole la gloria: per lui l’offesa di Agamennone è anche la privazione della compensazione che egli si aspetta per il dolore di sapere che presto non vedrà più la luce del sole.

Questo è anche il senso delle parole di Zeus, triste per la sorte di Ettore (Il. XVII, 201-202 e 206-208):

o infelice, non pensi alla morte,
che invece ti è vicina…
… ma adesso ti voglio garantire una grande vittoria,
a compenso del fatto che di ritorno dalla battaglia
Andromaca non riceverà da te le splendide armi del Pelide.

Non è nemmeno il successo finale che interessa: anche se Ettore non ucciderà il suo nemico, ma soccomberà per mano sua, avrà comunque ciò che gli spetta (Il. XXII, 304-305):

… non morirò senza lotta e senza gloria,
bensì compiendo grandi gesta che anche i posteri conosceranno.

L’eroe omerico non desidera la gloria per disprezzo della vita: infatti, lo stesso Achille confessa candidamente che «nulla per me vale quanto la vita…» (Il. IX, 401), poiché «la vita dell’uomo non si può saccheggiare né predare affinché ritorni di nuovo, dopo che abbia varcato il recinto dei denti» (Il. IX, 408-409).

E’ questo che rende Achille è il più grande degli eroi. Pur sapendo che restando a Troia perderà quella vita che tanto ama, preferisce rinunciarvi piuttosto che allungare di poco un’esistenza a quel punto non più illuminata dall’onore e dalla gloria. Gli altri eroi hanno la stessa aspirazione, ma hanno anche la speranza di sopravvivere e godersi il frutto terreno dei propri sforzi: quello di Achille invece è un obiettivo puramente spirituale, un puro ideale. Il figlio di Peleo è il simbolo dell’uomo consapevolmente votato alla rinuncia del limite materiale ed all’eternità.

In Omero, nei suoi eroi consapevoli del proprio valore e decisi a difendere la propria integrità morale spesso a scapito di quella fisica, l’essere umano decide di diventare protagonista, non più vittima dell’ineluttabilità delle cose. Il messaggio è chiaro: non abbiamo potere sul destino, ma su come decidiamo di affrontarlo, l’abbiamo eccome!