Apparenza e realtà

Può indurre facilmente in errore considerare l’Iliade come un’opera letteraria destinata ad un pubblico di intellettuali, invece che un poema epico rivolto a membri di una società nella quale la guerra era, od era stata, esperienza vissuta dalla maggior parte degli uomini adulti.

Spesso i moderni commentatori di Omero valutano il testo in modo troppo intellettualistico, mentre dovrebbero, in un certo qual modo, tentare di comprenderlo da combattenti: eviterebbero così di confondersi affermando che in Omero «i fatti sono di importanza molto minore delle apparenze», come sostiene Arthur Adkins, poiché apparenze e fatti coincidono. Sarebbe stato piuttosto improbabile che un guerriero omerico potesse attribuire ad un compagno d’armi un valore diverso da quello dimostrato in battaglia, e quindi da quello reale.

Adkins illustra la propria conclusione con due esempi: Eurimaco, uno dei pretendenti di Penelope, si oppone a che Odisseo, sotto le spoglie di un mendicante, partecipi alla gara dell’arco perché teme di doversi vergognare quando qualcuno dirà che i pretendenti della regina sono uomini dappoco, non essendo riusciti là dove è riuscito un mendicante (Od. XXI, 323-329). Nel secondo esempio Diomede obietta a Nestore, che durante una battaglia gli suggerisce di ritirarsi, di non voler concedere ad Ettore la possibilità di vantarsi di averlo volto in fuga; al che Nestore ribatte che nessuna delle Troiane da lui rese vedove crederebbe mai ad Ettore se costui dicesse che Diomede è un vile (Il. VIII, 147-156).

In entrambi i casi sopra citati, tuttavia, ciò di cui Eurimaco o Diomede temono di doversi vergognare sarebbe un fatto realmente accaduto: nel caso del primo, che un mendicante pieghi l’arco di Odisseo e i pretendenti no, nel caso del secondo, la sua effettiva ritirata di fronte ad Ettore. Sia Eurimaco che Diomede temono il biasimo sociale ipotizzando che si realizzino queste circostanze, che sarebbero però dei fatti, non delle opinioni.

La rassicurazione di Nestore che, non dimentichiamo, sta cercando di essere convincente, indica solo che, se Ettore di fronte ai Troiani traesse dalla ritirata di Diomede la conseguenza di presumere una sua viltà e debolezza “congenite”, allora non verrebbe creduto, non che non verrebbe creduto se riferisse della ritirata, anche perché non sarebbe il solo ad averla vista: ma in realtà a Diomede non va giù proprio il fatto che Ettore possa vantarsi di averlo costretto alla fuga, e questo i Troiani lo crederebbero perché lo vedrebbero accadere.

Perciò non possiamo dire che «non importa ciò che è stato fatto, ma ciò che il popolo dirà che è stato fatto», come dice Adkins, non essendoci reale differenza tra le due cose, poiché appunto il popolo dirà esattamente ciò che avrà visto accadere.

Nel mondo omerico apparenze e fatti coincidono.  Delle apparenze, in realtà, non si parla; non sarebbe un’apparenza se il presunto mendicante superasse i pretendenti nella gara, e se Diomede si ritirasse di fronte ad Ettore, non sarebbe certo un’apparenza – ma un fatto – ed egli vuole appunto evitare che da questo fatto qualcuno possa trarre la conseguenza di definirlo kakos, cosa che puntualmente Ettore fa.

E non si può dire che «il coraggio di Diomede non servirebbe a niente se i suoi compagni non credessero che egli è valoroso», perché i suoi compagni lo considereranno esattamente per come egli si comporta: gli eroi di Omero sono così attenti ad agire sempre in modo da meritarsi la lode, non solo dei compagni ma anche dei posteri, proprio perché ognuno sa di avere sempre addosso gli sguardi degli altri che lo giudicheranno dalle sue azioni.

L’eroe omerico, ben lungi dal non poter «ricorrere alla propria valutazione di se stesso, perché egli può arrogarsi soltanto quel valore che gli altri gli attribuiscono», è spinto costantemente ad adeguare le proprie azioni all’immagine che egli ha di se stesso: non si autoinganna raccontandosi che visto che “i fatti valgono meno delle apparenze” potrà continuare ad apparire valoroso anche agendo da codardo, perché tanto l’importante è come gli altri ti vedono. L’esorbitante ruolo dei media e degli spin doctors nella nostra società ci porta a credere che se qualcuno riesce a persuadere gli altri di una falsità essa diventerà verità: possiamo anche usare tutti i mezzi della propaganda più sofisticata per convincere noi stessi e gli altri che un Chihuahua sia in realtà un San Bernardo, ma quando avremo bisogno di un cane da soccorso non diremo sul serio che sono la stessa cosa.