Distanza ed affetto

Nonostante la distanza che separa il mondo degli uomini da quello degli Dei, questi non sono indifferenti alle vicende umane. Invece di scandalizzarsi per la “beatitudine” e il distacco degli Dei, ci si dovrebbe soffermare su un aspetto ben più rilevante: anche se non possono morire, gli Dei possono comunque soffrire, sia nel corpo che nell’anima, a causa degli uomini, come ricorda Dione alla figlia Afrodite (Il. V, 383-384),

già abbiamo sofferto in molti noi che abitiamo l’Olimpo
da parte degli uomini, procurandoci l’un l’altro aspre sofferenze.

Gli Dei hanno cari figli tra gli uomini e sanno di dover subire prima o poi il grande dolore dalla loro perdita. Negli incontri tra Achille e la madre c’è sempre una certa malinconia e la consapevolezza della morte prossima: nonostante siano madre e figlio, vi è tra loro una distanza incolmabile della quale entrambi sono dolorosamente consci. Nell’Iliade Teti è una madre affettuosa e quando vede il figlio piangere gli siede vicino, lo accarezza e gli chiede «figlio, perché piangi?»(Il. I, 362) come farebbe una qualsiasi madre.

Quando poi muore Achille uomini e Dei lo piangono insieme, e le Muse stesse intonano il lamento funebre (Od. XXIV, 63-64):

per diciassette giorni di notte come di giorno
ti abbiamo pianto Dei immortali ed uomini mortali.

Spesso Zeus si commuove per la sorte degli uomini e dimostra nei loro confronti un malinconico affetto «… mi stanno a cuore, e pure muoiono»(Il. XX, 21); quando i cavalli di Achille piangono per la morte di Patroclo (Il. XVII, 441-447),

vedendoli piangere ebbe compassione di loro il Cronide,
e scuotendo il capo pensò nell’animo suo:
«o infelici, perché vi abbiamo donato al signore Peleo,
un mortale, voi che siete immuni dalla vecchiaia ed immortali?
forse per patire dolore in mezzo agli sventurati uomini?
non c’è forse nessuno più infelice dell’uomo
tra tutti gli esseri che respirano e si muovono sulla terra.

Gli Dei quindi, per amore degli uomini, rinunciano, anche se temporaneamente, alla propria esistenza privilegiata, sopportando dolori cui potrebbero facilmente sottrarsi, e questo non per procurarsi la meschina soddisfazione di vedere i loro protetti prostrarsi come schiavi: quando una divinità interviene a favore di un uomo, in Omero, ciò accade per un intimo legame tra due individui liberi ed in qualche modo affratellati, anche se non eguali.

Ognuno di noi dovrebbe domandarsi onestamente se, potendo trascorrere una vita del tutto priva di preoccupazioni e sofferenze, sarebbe comunque disposto ad investire tempo ed energie a vantaggio di esseri dall’esistenza breve ed effimera, si badi bene assolutamente senza alcun tornaconto; Apollo infatti pone una questione simile, ma è significativo che gli Dei – Febo compreso – per lo più agiscano ignorandola.