Interiorità ed azione

Spesso è stato rilevato come Omero non indaghi i recessi più reconditi dell’animo umano; egli tuttavia riesce magistralmente a delineare con pochi tratti i moti dell’anima di ogni personaggio, anche il più oscuro.

Per contestualizzare in modo opportuno il discorso occorre far rilevare un aspetto essenziale, troppo spesso ignorato. Il fatto che l’Iliade sia commentata ed analizzata come opera letteraria fa scordare che si tratta pur sempre di un poema epico, e cioè del racconto delle gesta di uomini d’azione, genere letterario diverso dalle Confessioni o dai Pensieri di uomini per lo più volti alla “contemplazione”. Non che gli uomini d’azione non possano anche dedicarsi alla riflessione su se stessi e sulla propria anima, come in effetti faranno Marco Aurelio e Giuliano, per fare solo alcuni esempi antichi, ma non prendere in considerazione il fatto che il tema dell’Iliade esula per sua natura da questo genere di opere sarebbe assurdo quanto svalutare un trattato filosofico perché non vi si trovano descrizioni di battaglie.

Certamente l’uomo e la sua anima sono al centro del racconto epico, ma il modo in cui il poeta disvela il profondo si esplica attraverso le azioni, i discorsi e solo raramente, ma comunque accade, attraverso i pensieri. Perché, al di là di tutto quello che si può opinare, se qualcosa è veramente sentito e voluto, viene messo in atto. Così Omero ci mostra sì le possibili ipotesi prese in considerazione da colui che riflette, ma poi solo la soluzione preferita viene attuata, ed è quella che conta. Come nota Jacqueline de Romilly, Omero ci mostra la decisione «nella sua brusca semplicità, come uno potrebbe vederla nella realtà. La spinta interiore che la ispira sembra perfino più grande e il sentimento, di conseguenza, più forte».

I fatti, le azioni, dichiarano molto più limpidamente dell’introspezione quali siano le spinte interiori, continuando anche a mantenere una doverosa riservatezza sui pensieri più intimi e sul mistero dell’animo umano. Giustamente Hermann Fränkel osserva: «nel riferire concretamente ciò che gli uomini fanno e dicono, l’epos antico manifesta ciò che gli uomini sono, in quanto essi sono per l’appunto nient’altro che ciò che fanno, dicono e soffrono. Essi non vivono isolati nei confronti del mondo esterno, ma con i loro atti e i loro destini il loro essere si irradia libero nel mondo».

Questa attenzione ai fatti, così densa di significati profondi, è riscontrabile anche in un espediente caratteristico di Omero, spesso sottovalutato, e cioè nell’uso dei versi-formula, che non sono solo degli ingegnosi trucchi per aiutare la memoria dei cantori, bensì sottolineano, con la ripetizione di formule sempre uguali, il ripetersi di precise azioni in particolari circostanze, che possono essere eventi naturali (l’alba o il tramonto), usanze umane (la convocazione di un’assemblea, l’allestimento di una nave, la preparazione di un pasto) oppure azioni importanti dei singoli (iniziare un discorso, armarsi per una battaglia, rivolgere una supplica, cadere sul campo). Evidenziando con formule fisse ciò che esiste di simile in diverse occasioni, il poeta attira l’attenzione dell’ascoltatore su ciò che vi è di unico e di irripetibile; a molti giovani eroi «sugli occhi si diffuse la morte purpurea e il destino potente», ma per ognuno ci viene detto il nome e spesso qualche particolare della vita privata che fa di ogni morte un momento solenne ed unico. Descrivendo ciò che qualsiasi testimone oculare potrebbe vedere il poeta ci esprime come meglio non si potrebbe anche i moti dell’animo di una specifica individualità.

La grandezza di Omero sta proprio nel fatto che egli riesce a materializzare nei brevi versi a disposizione tutto un mondo, quello intimo e personale, del giovane eroe caduto in battaglia, proprio nell’istante in cui, con la sua morte, sta per svanire per sempre: quando Aiace colpisce Simoesio, Omero ci dice che egli era un «giovane vigoroso», che la madre lo aveva dato alla luce presso il fiume Simoenta, da cui il nome scelto per il figlio; ci parla di quando coi genitori portava le pecore al pascolo, evocando momenti ormai lontani del tempo di pace (Il. IV, 477-479):

… ma non ricambiò i benefici
ai cari genitori, di breve durata fu la sua vita
ucciso dalla lancia del magnanimo Aiace.

Quando Agamennone uccide Ifidamante, figlio di Antenore, il poeta ci dice (Il. XI, 241-243):

così egli cadendo lì si addormentò in un sonno di bronzo
misero, soccorrendo i concittadini, lontano dalla sposa ambita,
legittima, della quale non conobbe l’amabilità, e aveva dato molte ricchezze.

Questi sono solo due esempi fra tanti che indicano appunto come ogni persona sia vista dal poeta nella sua unicità ed insostituibilità, vale a dire nella sua individualità: nessuno degli uomini (e delle donne) di Omero può essere considerato un mero stereotipo o la copia di un altro.