Sull’onnipotenza divina

Ad Omero non è ignoto il senso dell’infinitezza e dell’immensità dell’universo, del cielo e del mare; tuttavia in questa immensità di fronte alla quale l’uomo percepisce fortemente la propria limitatezza, il poeta scorge comunque lo spirito ordinatore della divinità. Anche se il potere degli Dei è grandioso ed immenso, correttamente essi non sono onnipotenti poiché il limite – concetto così caro a tutto il pensiero greco – è un elemento imprescindibile per ogni cosa esistente.

Non che Omero ignori l’idea di un’onnipotenza divina; egli infatti dice «gli Dei possono tutto» (Od. X, 306). Non è una “carenza” dell’animo religioso di Omero, o una sua mancanza di fantasia, aver voluto moderare l’onnipotenza divina: è il frutto di precisa riflessione aver attribuito agli Dei, di per se stessi onnipotenti almeno in via di principio, un rispetto volontario e da essi liberamente accettato da una parte per la legge di natura impersonata dalla Moira e dall’altra per l’azione degli uomini.

E non si deve pensare che l’uomo omerico, pur consapevole del fatto che gli Dei non lo aiuteranno contro il destino, sia per questo meno confidente nell’efficacia del loro sostegno. Dice infatti Odisseo ad Atena (Od. XIII, 389-391):

oh se così tu mi stessi accanto impetuosa, Glaucopide,
anche contro trecento uomini combatterei
con te, augusta Dea, qualora tu mi concedessi il tuo aiuto.

E la Dea lo rassicura (Od. XIII, 393-4):

certamente io ti assisterò, non sfuggirai alla mia vista,
quando compiremo queste imprese.

Niente è impossibile, con l’aiuto degli Dei; ma è impossibile che gli Dei acconsentano a violare il decreto del fato per compiacere un uomo, e gli eroi di Omero sono abbastanza maturi ed evoluti per accettarlo. Per fare un esempio, accade spesso in Omero che gli eroi si raccomandino a qualche divinità prima di una battaglia o di un’impresa pericolosa, tuttavia non abdicano per questo al proprio raziocinio; quando Ettore sfida gli Achei a duello e gli eroi esitano a farsi avanti, Menelao si offre volontario dicendo (Il. VII, 101-102)

allora mi armerò io contro di lui: poiché la decisione della vittoria
sta in alto presso gli Dei immortali.

Tuttavia viene fermato immediatamente dal fratello che gli dice senza mezzi termini (Il. VII, 109-110)

sei fuori di senno, illustre Menelao, né hai bisogno
di questa imprudenza…:

il “duello di Dio” non era in voga tra gli Achei e non si pretendeva che un uomo più debole affrontasse uno più forte di lui imputando ad una presunta volontà divina la sconfitta inevitabile che in tal caso sarebbe stata causata dall’imprudenza, non dagli Dei. Inoltre questo scambio di vedute tra i due Atridi suggerisce anche un’altra conclusione: pur con tutta la religiosità che gli eroi sempre dimostrano, abdicare, anche se momentaneamente e per stizza, alla propria razionalità è considerato da pazzi non da uomini pii.

Questo non significa che gli eroi non si affidino spesso agli Dei ed alla loro protezione, ma sempre con moderazione ed intelligenza. Quando Automedonte, auriga di Patroclo, durante la battaglia sul cadavere di quest’ultimo, vede avvicinarsi Ettore ed Enea si prepara ad affrontarli, dopo aver chiamato a soccorso i due Aiaci e Menelao, dicendo (Il. XVII, 514-515):

ma questo giace sulle ginocchia degli Dei;
anch’io tirerò, e di tutto il resto si occuperà Zeus.

Questo caso è leggermente diverso da quello prima citato del duello: nella mischia tutto può succedere e l’esperienza insegna ai guerrieri che a volte può capitare di colpire anche eroi più forti, poiché «Enialio è uguale per tutti, e ammazza chi sta per uccidere» (Il. XVIII, 309), e la guerra è «imparziale, uguale per tutti»(Il. IX, 440). In tali circostanze non è del tutto folle affidarsi all’aiuto divino o, se si preferisce, alla “fortuna”.

In molte circostanze, quando non vi sia contrasto con la Moira, appellarsi all’aiuto degli Dei può fare la differenza tra vittoria o sconfitta: Odisseo prega Atena di aiutarlo a vincere la gara di corsa per i funerali di Patroclo e la Dea lo accontenta facendo scivolare Aiace locrese in un mucchio di sterco. Aiace allora, sputando letame, si lamenta dicendo che è stata Atena a far vincere Odisseo, suscitando la comune ilarità ( Il. XXIII, 782-784). Durante la successiva gara di tiro con l’arco Teucro scaglia per primo la freccia ma, non avendo offerto ad Apollo un sacrificio, sbaglia mira, mentre Merione che si appella al Dio colpisce il bersaglio. Quindi Omero non ritiene inutile affidarsi agli Dei, ma semplicemente non ipoteca il risultato in ogni circostanza, e soprattutto non rinuncia mai all’uso appropriato delle umane facoltà.