Destino e carattere

In Omero esiste una dialettica sottile tra destino, intervento divino, carattere e decisioni degli uomini. Per esempio, la morte di Ettore avviene per decreto del fato, al quale neppure Zeus, pur a malincuore, può opporsi. Atena ed Achille saranno, per così dire, gli agenti occasionali (Il. XV, 612-614):

… infatti doveva avere vita breve;
già gli apprestava il giorno fatale
Pallade Atena con la forza del Pelide.

Lo stesso Ettore, d’altra parte, era consapevole del fatto che (Il. VI, 487-489)

nessun uomo mi manderà nell’Ade contro il fato;
e ti assicuro che nessuno degli uomini è sfuggito al destino,
né il vile, né il valoroso, dopo che è nato.

Anche Odisseo, nel rincuorare i compagni dice parole simili (Od. X,174-5):

o amici, non scenderemo infatti, per quanto afflitti,
nelle case di Ade, prima che sia sopraggiunto il giorno fatale.

Ma l’eroe troiano contribuisce non poco con le sue scelte a prepararsi la sorte: non ascolta i saggi consigli di Polidamante, uccide il migliore amico di un uomo più forte di lui e lo spoglia delle armi, provocando la vendetta di Achille, rifiuta di rifugiarsi al sicuro dentro le mura, anche se per nobili motivi; allo stesso modo i compagni di Odisseo, aprendo l’otre dei venti e uccidendo e mangiando le vacche del Sole, precluderanno a se stessi il ritorno in patria. Quando Odisseo interroga l’indovino Tiresia, costui lo ammonisce dicendo (Od. XI, 101-102; 104-105; 110-113)

… infatti temo che non
sfuggirai all’Ennosigeo, sdegnato nell’animo contro di te…
… ma anche così pur soffrendo sventure potreste tornare,
se sai tenere a freno il tuo animo e quello dei compagni…
… se le lasci incolumi e pensi al ritorno,
potrete ancora tornare ad Itaca pur soffrendo sventure;
se però fai loro del male, allora presagisco rovina per te,
per la nave e i compagni…

Anche Circe gli ripeterà le stesse parole, che Odisseo riferirà poi ai suoi compagni (Od. XII, 156-7):

… affinché avendole intese o moriamo
o evitando la morte e il destino possiamo scampare.

Non può esserci dubbio, quindi, sulla convinzione del poeta che il destino a volte ci pone ad un bivio che spetta a noi scegliere: per questo Tiresia enumera tutti quei «se…». Spesso gli uomini si avvicinano al bivio fatale ignari di ciò che li aspetta e la loro sorte infelice è messa in evidenza dal poeta sempre con accenti di commozione ed affetto. In questi casi Omero chiama l’individuo in questione νήπιος vale a dire «povero ingenuo», «ignaro»: così, quando Patroclo insiste con Achille per entrare in battaglia da solo, il poeta commenta (Il. XVI, 46-7)

così diceva supplicando, totalmente ignaro di stare
implorando per se stesso la morte funesta e il momento fatale.

Si può vedere quindi come il rapporto tra destino, intervento degli Dei, carattere e volontà dell’uomo sia molto più complesso di una semplice prevalenza di uno sugli altri; tutti questi aspetti si intrecciano, come accade nella vita reale. Non c’è in Omero una “dottrina” del fato che possa venir esemplificata con un aut aut: o c’è il fato, o c’è la libertà dell’uomo. Se i compagni di Odisseo si fossero attenuti alle decisioni prese in comune, essendo perfettamente a conoscenza delle conseguenze che avrebbe comportato l’uccidere le vacche del Sole, si sarebbero salvati anch’essi: la loro mancanza di autocontrollo li ha condannati, e il fato di conseguenza. Un altro esempio della correlazione tra destino, carattere e decisione umana è il caso di Achille, per il quale rimando alla pagina La scelta di Achille.

Occorre osservare che è stata una grande intuizione, foriera di positivi sviluppi, l’aver attribuito una certa forma di onnipotenza solo ad una “entità” che, pur essendo moralmente connotata, si presenta tuttavia come impersonale e quindi priva di volontà arbitraria. In tal modo l’uomo non si deve sentire obbligato a considerare “buona e giusta” ogni realtà in quanto atto di volontà di un Dio creatore.

La Moira è priva di uno scopo individuale e a differenza dell’heimarmene stoica non mira ad un fine razionale voluto e preveggente, bensì caso mai impedisce la violazione delle regole di distribuzione delle parti, il “dare a ciascuno ciò che gli spetta”, vegliando a che nessuno travalichi il proprio limite invadendo il dominio altrui. In questo senso la Moira può essere accostata a ciò che la scienza moderna ha individuato come “evoluzione”: una legge impersonale, priva di finalità e di volontà, ma tuttavia dotata di una qualche forma di “razionalità”, se con questo termine intendiamo un insieme di leggi naturali volte più a delimitare una concatenazione di eventi lentamente susseguentisi gli uni agli altri, in cui l’ultimo della lista innesca il successivo, piuttosto che il risultato di un progetto in cui il fine sia già previsto dall’inizio. E’ proprio questo che garantisce la libertà dell’uomo pur all’interno dei limiti ad essa posti dalla natura.