Ospiti e stranieri

Gli eroi di Omero, oltre che guerrieri, sono anche viaggiatori; è quindi frequente l’eventualità di trovarsi come stranieri in altre terre, e la condizione di colui che si trova lontano da casa alla mercé della buona disposizione d’animo di gente sconosciuta è  loro immediatamente comprensibile. Al contempo, in un mondo percorso da uomini bellicosi non sempre bene intenzionati, chi accoglie un ospite, ha presente che costui potrebbe non essere pacifico: talvolta infatti lo straniero si sente chiedere se per caso non sia un pirata, come domanda Nestore a Telemaco quando ancora non sa di aver di fronte il figlio di Odisseo (Od. III, 72-74).

Da un lato è evidente negli eroi omerici la tendenza a comportarsi con gli altri, ad eccezione dei nemici naturalmente, nel modo in qui si vorrebbe essere trattati in analoghe circostanze, e dall’altro non sfugge loro la necessità di tutelarsi nei confronti di violenti e malintenzionati; così, quando Telemaco e Pisistrato arrivano a Sparta, Eteoneo chiede a Menelao se debba farli accomodare o mandarli da un altro e l’Atride indignato risponde (Od. IV, 33-34):

anche noi siamo tornati qui dopo aver spesso pranzato ai banchetti ospitali
di altri uomini, con la speranza che Zeus ci avrebbe in seguito liberato dalla sventura.

Una delle caratteristiche fondamentali che distinguono i popoli civili dai selvaggi, per gli eroi omerici, è proprio la giusta accoglienza tributata agli stranieri, come evidenzia la domanda che Odisseo si pone approdando in una terra sconosciuta (Od. VI, 119-121):

ahimè, di quali mortali sono di nuovo giunto alla terra?
Sono forse tracotanti e selvaggi ed ingiusti,
oppure sono ospitali e l’animo loro è rispettoso degli Dei?

Non a caso l’accoglienza agli stranieri è codificata in formule precise volte a far risaltare il rispetto di una norma universale, l’accettazione di un sacro dovere. Così lo straniero viene prima accolto, rifocillato, messo a suo agio, e solo dopo gli vengono poste le domande di rito sul suo nome, i genitori, la patria e il motivo del viaggio: prima di congedarsi vengono offerti all’ospite doni e se necessario una scorta per il ritorno in patria. Esistono delle variabili, per esempio quanto tempo l’ospitante lascia passare prima di chiedere notizie al nuovo venuto – come quando Bellerofonte arriva dal re di Licia e costui lo ospita per nove giorni, uccidendo in suo onore un bue al giorno, prima di chiedergli informazioni (Il. VI, 173-177) – ma nelle linee generali viene seguita una prassi costante. Questa ha lo scopo evidente di permettere un avvicinamento tra persone appartenenti a popoli se non a culture diverse il più possibile codificato, in modo che ognuno, sapendo ciò che lo aspetta, possa decifrare la disposizione d’animo della controparte senza arrivare, dopo imbarazzanti “fraintendimenti culturali”, ad uno scontro diretto.

Questo implica che colui che accoglie sia generalmente ospitale e ben disposto, e quando ciò non accade sappiamo trattarsi di persone ingiuste come i pretendenti di Penelope, o mostri selvaggi come il ciclope Polifemo.

Ma al contempo comporta che l’ospitato sia animato da analoghe buone intenzioni, che sia disposto ad uno scambio di sincera amicizia; Odisseo si appresta all’incontro con Polifemo portando un otre di vino da scambiare e solo l’empietà del ciclope trasformerà il dono di Odisseo in uno strumento di offesa. Generalmente lo straniero non porta doni, in quanto spesso costretto dalla necessità a viaggiare: in questo caso accetta i doni ospitali da portare nella sua casa per ricordo della persona che lo ha accolto benevolmente, in attesa di poter restituire la gentilezza, lui stesso in futuro oppure anche i suoi figli o i nipoti.

L’ospitante ci tiene a consegnare un oggetto notevole che costituisca un ricordo per sempre, come il re dei Feaci Alcinoo nell’accomiatarsi da Odisseo (Od. VIII, 430-432):

ed io darò di mio questa bellissima coppa,
d’oro, perché ricordandosi di me tutti i giorni
nel suo megaron possa libare a Zeus e agli altri Dei.

A sua volta l’ospitato, rivelando il proprio nome, si predispone ad accogliere in futuro colui dal quale è stato benevolmente ricevuto (Od. IX, 16-18):

ora per prima cosa dirò il mio nome, affinché voi
lo sappiate, e anch’io se mai scamperò al giorno funesto
sia per voi ospite pur abitando lontano.

E’ implicito però che lo straniero malintenzionato non possa essere accettato benevolmente: è importante che entrambe le parti rispettino i ruoli poiché in caso contrario la conseguenza sarà inevitabilmente ostile. Quando Paride viola le regole ospitali derubando Menelao della moglie e di molte ricchezze si comporta da predone scatenando una guerra, che gli stessi Troiani gli imputano; la violazione delle sacre regole dell’ospitalità, che implicano tra l’altro che colui che viene beneficato non abusi della buona fede del suo benefattore, hanno provocato la reazione achea e la conseguente distruzione di Troia. Infatti, l’ospitalità è sì un dovere sacro, tuttavia accettare che lo straniero possa fare in casa altrui ciò che vuole non è più gentilezza ma sottomissione da parte di chi subisce, e dall’altra parte ingratitudine ed ostilità.

Lo straniero è tenuto all’osservanza delle usanze del luogo in cui viene accolto, deve accettare di rispettarne i costumi e anche le suscettibilità: Nausicaa consiglia ad Odisseo di seguirla a distanza perché gli uomini del paese non si offendano pensando che si sia scelta uno sposo straniero per disprezzo verso di loro.

L’esule ramingo non si rivolge solo agli uomini che abitano la terra straniera dove è giunto, ma anche agli Dei che la proteggono, come quando Odisseo, appena approdato a Scheria, prega il fiume sconosciuto che sfocia nel mare lì vicino (Od. V, 445-450): e il Dio ignoto ascolta la sua invocazione (Od. V, 451-453).

In poche parole, nella società omerica chi chiede pacificamente nei dovuti modi è tutelato se non dalle leggi umane, che ancora non operano nel modo a noi familiare, almeno dalle leggi divine: lo straniero esule o di passaggio, il mendicante, il supplice sono sotto la protezione degli Dei e soprattutto di Zeus. Ma l’obbligo etico, che come tale viene assunto liberamente dall’individuo e non coercitivamente sotto la spinta di un ricatto morale, cessa laddove la controparte non rispetti le stesse regole e la reciprocità è una conditio sine qua non implicita anche se non dichiarata.