Guerra e morte

Attribuire ad Omero un qualsivoglia compiacimento della morte oppure una visione “romantica” della battaglia è completamente fuorviante; basta considerare alcuni dei modi in cui il poeta descrive le morti degli eroi per rendersene conto:

le tenebre gli avvolsero gli occhi, cadde, come una torre, nella mischia violenta (Il. IV, 461-462); cadde dal carro, e subito lo afferrò la tenebra odiosa (Il. V, 47); cadde sulle ginocchia gemendo, e la morte lo avvolse (Il. V, 68); e sugli occhi lo invase la morte purpurea e il destino potente (Il. V, 82-83); e sugli occhi lo avvolse la notte tenebrosa (Il. V, 659); ed entrambi andarono sotto la terra (Il. VI, 19); ed essi giacevano sulla terra, molto più cari agli avvoltoi che alle spose (Il. XI, 161-162); ed egli caduto nella polvere strinse col pugno la terra (Il. XI, 425; XIII, 508); attorno a lui si sparse la morte distruttrice (Il. XIII, 544; XVI, 580); così allora mentre rantolava, l’animo coraggioso lasciò le ossa (Il. XX, 406)…

Pensare che l’Iliade sia un’esaltazione della guerra e che Omero si compiaccia delle carneficine che descrive è totalmente infondato e non trova alcun elemento di sostegno nel tono e nella sostanza del testo. Certo, né l’autore né i destinatari dei suoi versi erano pacifisti, ma forse per questo non erano ipocriti. Per lo più si trattava di persone che avevano combattuto o che nella loro vita, prima o poi, lo avrebbero fatto e amavano sentir raccontare esattamente le cose come stanno, la realtà della battaglia.

E’ totalmente fuori strada Franco Cardini quando dice che «forse la guerra non era quella di Omero neppure ai tempi di Omero. Forse soltanto la fantasia, l’autocensura, la cattiva coscienza, la menzogna dell’uomo ci fanno credere che in qualche remoto passato prossimo essa sia stata migliore di quel che era»: Omero proprio non corre il rischio di descriverci la guerra in questo modo. Egli è moralmente autorizzato ad esaltare la gloria proprio per il tributo di rispetto e di memoria che riserva anche ai combattenti che di regola sarebbero dovuti rimanere oscuri, non essendo né tra gli eroi più noti, né di famiglie particolarmente illustri.

Si potrebbe dire che il poeta, lungi dall’essere in questo elitista – e in fondo è lui stesso a chiamare la guerra “imparziale, uguale per tutti” (Il. IX, 440) – scolpisca nei suoi versi un monumento eterno e commovente a quello che noi oggi chiameremmo il milite ignoto; egli ce ne tramanda il nome e sovente il patronimico, poiché c’è spesso un padre che, vecchio, attende a casa il ritorno del figlio, forse unico, che non vedrà invece mai più.

Dietro i nomi che Omero affida ai posteri, non è fuori luogo pensare che il poeta volesse riferirsi più in generale a tutti i giovani che non rivedranno più le spose appena condotte nella casa, come Ifidamante, o i genitori anziani che resteranno senza appoggio nella triste vecchiaia, come quelli di Simoesio, o i figli piccoli che, come era successo a Diomede, non conosceranno mai il padre, se non dai racconti di altri, poiché quando un guerriero muore in guerra (Il. V, 408-409),

i bambini sulle ginocchia non lo chiameranno papà
tornato dalla guerra e dalla battaglia terribile.

Addirittura a volte capita che un padre debba riportare dalla battaglia il corpo del proprio figlio, sceso in campo al suo fianco: Arpalione era venuto a combattere a Troia insieme al padre, che lo riporta morto in città (Il. XIII, 658-659):

 … insieme a loro andava il padre versando lacrime,
poiché non esiste compenso per un figlio morto.

Omero, con la naturalezza e la sensibilità che gli sono proprie, sa mostrare i due aspetti presenti nella guerra: il valoroso che muore è sempre bello, viene lodato e acquista gloria, per sé e per i suoi, ma spesso lascia nel dolore gli anziani genitori e la giovane sposa, e in molti casi resta senza discendenza (Il. II, 699-701):

… allora già si trovava sotto la terra nera.
A Filache gli era rimasta la sposa con le guance graffiate
e la casa incompiuta…

Che cosa Omero dovesse dire sulla guerra, e in quale altro modo dovesse descrivere la morte in battaglia, più di come ha fatto, proprio non è dato capire. Solo per aggiungere un altro esempio ai precedenti, il poeta ci descrive la morte di Ettore, campione della città nemica, dopo averci mostrato il suo ultimo incontro affettuoso con la vecchia madre, e poi con la moglie e il figlio piccolo: in quale altro epos al mondo la morte dell’odiato nemico è pianta tanto quanto nell’Iliade? Forse che in qualche poema cavalleresco la vedova del saraceno o del pagano ucciso ricorda tra le lacrime quando il figlioletto sulle ginocchia del padre mangiava bocconcini prelibati, per poi addormentarsi «col cuore colmo di gioia» (Il. XXII, 500-504)? In quale altro poema la morte del nemico lascia un tale straziante lutto come quella di Ettore?

Il poeta, anche in questo aspetto dell’esistenza umana, riesce a considerare più punti di vista, senza costringersi a sceglierne uno: infatti, considerando solo l’eroismo o solo il lutto dei familiari avrebbe tolto qualcosa all’uomo completo la cui esistenza è amata e valutata nella sua complessità, intendendo questo termine sia nel senso di totalità che di problematicità. Se Omero parlasse di gloria scordandosi di descriverci le giovani vite stroncate sul campo di battaglia farebbe come coloro che, vedendo solo un aspetto della questione – “la battaglia terribile” appunto – vorrebbero sempre e comunque una pace ad ogni costo, omettendo di descrivere la sorte ben poco invidiabile dei milioni di poveri esseri umani che nel corso della tormentata storia dell’umanità hanno subito un dominio altrui perché i loro antenati non avevano saputo, o non avevano voluto, difendere con le armi la propria libertà e quella dei propri discendenti. Gli eroi di Omero non commettono questo errore: essi sanno bene che sottrarsi alla guerra è di rado possibile – Odisseo, non certo con gioia, ricorda ad Agamennone come Zeus «a noi dalla giovinezza fino alla vecchiaia ha dato sostenere terribili guerre, finché ciascuno non sia morto» (Il. XIV, 86-87) – e sanno anche che la propria sconfitta significherà schiavitù e dolore – se non morte – per anziani genitori, mogli e figli.