Dei e uomini

Quando Apollo vuole dissuadere Diomede, risoluto ad uccidere Enea pur sapendo quale Dio lo protegge, prima lo respinge, colpendolo sullo scudo, e poi (Il. V, 439-444)

levando un terribile grido disse Apollo che colpisce da lontano:
Bada, Tidide, ritirati, e non
voler pensare come gli Dei, poiché non è mai uguale la stirpe
degli Dei immortali e degli uomini che si muovono sulla terra.
Così diceva, e il Tidide indietreggiò un po’,
schivando l’ira di Apollo arciere.

Si riconosce qui lo stesso Dio sul cui tempio, arrivando, il visitatore leggeva le famose parole «conosci te stesso». Apollo infatti non è solo il Dio che colpisce da lontano, è anche tra gli Dei quello che più sente la distanza che separa gli immortali dagli uomini, poiché è lui spesso a farla notare, come nella battaglia tra gli Dei, quando rifiuterà di battersi contro lo zio Poseidone (Il XXI, 463-466) a causa dei

 … mortali
infelici, che simili alle foglie ora
appaiono ardentissimi, mangiando i frutti della terra,
ora invece periscono esanimi…

Tale distanza non deve essere letta in senso negativo: la sostanziale indifferenza della natura agli avvenimenti e ai drammi umani può aver suggerito il pensiero di una simile indifferenza degli Dei, pur mitigata in questo caso dai sentimenti e dall’affetto verso gli uomini. All’uomo impegnato in guerra, sotto la costante eventualità di una morte violenta, appare più evidente la concomitanza, in qualche modo surreale, tra lo svolgersi sempre uguale degli eventi naturali e la brutale interruzione dell’esistenza degli unici esseri consapevoli di ciò che accade, aspetto spesso messo in luce nelle memorie di guerra.

E’ comprensibile che agli uomini appaiano più rassicuranti e “simpatiche” divinità che amano un contatto più stretto con i mortali, come Atena oppure Ermes, mentre Apollo manifesta un distacco che spesso può apparire sinistro. Ma la distanza è necessaria alla più pura conoscenza, alla percezione del sublime e dell’eterno che Febo rappresenta. Mentre Atena è la Dea sempre vicina, la compagna immortale dei suoi protetti, ed Ermes interviene saltuariamente come guida rassicurante in un’impresa pericolosa, Apollo non è mai troppo coinvolto con i mortali, pur avendo uomini a lui cari. In Omero però vediamo che Atena è una divinità comunque “partigiana”, cui manca il distacco necessario ad una visione realmente universale: per questo è sì la Dea della saggezza, ma nel senso della saggezza pratica, volta a superare gli ostacoli, la Dea dell’intelligenza coraggiosa che conduce alla vittoria, non della saggezza come cognizione dell’immutabile. Essa, in quanto Dea, ha ovviamente anche quest’ultima forma di saggezza, ma non agisce principalmente in tal senso; è Apollo ad avere quel superiore distacco che consente di vedere al di là del hic et nunc ed anche dei propri sentimenti e simpatie, egli è il Dio della saggezza come volontà di cogliere ciò che permane oltre la transitorietà.

Il politeismo omerico, attraverso lo sguardo di Apollo, riesce a raggiungere quella distanza che consente la percezione della transitorietà del divenire, senza pagarla con l’assoluta negazione al divenire stesso della qualità dell’essere. Sarebbe risultato eccessivo ad una mentalità così sensibile alla giusta misura come quella omerica, negare radicalmente importanza anche a ciò che è transeunte, poiché anch’esso per il fatto di esistere è degno di attenzione e rispetto: così Omero ci mostra alcuni Dei attivi nel combattere a fianco degli uomini, a sottolineare che anche la vita dei «mortali infelici… simili alle foglie» non è vana o insignificante, pur bilanciando opportunamente questa partecipazione con l’osservazione moderatrice di Apollo, che consente, anche a quelli tra gli uomini che lo desiderano, di elevare il proprio spirito al di sopra di fugaci avvenimenti terreni.

In poche parole, occorre trovare una delicata via di mezzo tra il fare delle vicende di un piccolo gruppo di individui – poiché tale sempre è un popolo, anche se il nostro – la cosa più importante dell’universo, e il suo eccesso opposto, cioè negare ogni rilevanza o addirittura reale esistenza a quanto appartenga al nostro mondo fisico, considerandolo mera apparenza. Porre un limite alla nostra naturale megalomania di Homo “Sapiens Sapiens” è opportuno e ragionevole, ma non è sensato rinunciare a ciò che il nostro mondo ci offre, per aspirare a qualcosa che non ci è destinato; convincersi di dover rinunciare a questa vita per prepararsi ad una vita futura è un altro modo per rifiutarsi di affrontare le sfide che essa ci impone e certo questo non sarebbe stato un comportamento che un eroe di Omero avrebbe reputato degno ed onorevole.

E’ risultata spesso urtante ai commentatori la disinvoltura con la quale gli Dei trattano le questioni umane: mentre gli uomini lottano e muoiono gli Dei siedono a banchetto, ridono e scherzano. Ma è errato vedere malignità in questa visione omerica del mondo divino e umano: andrebbe invece apprezzato un certo filosofico distacco del poeta che ci mostra come esseri beati e saggi vedrebbero le discordie e le passioni che tanto agitano gli uomini. Tuttavia la superiore consapevolezza della transitorietà di tutto ciò che è umano non è mai ostentata in Omero: occorre ammirare il riguardo con il quale il poeta tratta le sofferenze umane cui dedica sempre amorevole attenzione. Egli non è mai brusco verso gli uomini, anche quando sbagliano, e preferisce sollecitare la riflessione dell’ascoltatore con allusioni velate; ma nelle epoche posteriori risulterà intollerabile pensare un così ampio solco tra uomini e Dei senza attribuirlo a malignità degli Dei o a stoltezza degli uomini.