Bellezza e valore

La bellezza fisica è certamente molto apprezzata nei poemi omerici, come poi lo sarà nel mondo greco classico: può addirittura rendere comprensibile una guerra, è un dono di Afrodite che merita rispetto e ammirazione.

Se però in una donna la bellezza è sempre lodata, per un uomo invece può anche diventare motivo di biasimo e di scherno, come risulta dal rimprovero di Ettore a Paride (Il. III, 39, 43-45, 54-55):

Dannato Paride, ottimo d’aspetto, donnaiolo, seduttore…
devono davvero esultare gli Achei dai lunghi capelli,
che dicevano che eri un valoroso campione, perché
hai un bell’aspetto, ma non hai vigore nell’animo né coraggio…
certo non ti verrebbero in aiuto la cetra e i doni di Afrodite,
né la chioma e l’aspetto, quando fossi gettato nella polvere.

Al che Paride risponde al fratello (Il. III, 64-66):

non rimproverarmi gli amabili doni dell’aurea Afrodite;
non sono davvero spregevoli i magnifici doni degli Dei,
e quelli che essi possono donare, uno non potrebbe prenderli di sua volontà.

Anche in questi versi si può percepire la profonda religiosità di Omero, tuttavia, dare un valore eccessivo a ciò che non si è acquisito per proprio merito non può che danneggiare l’individuo: il destino e gli Dei gli hanno offerto le migliori condizioni per eccellere, ma l’uomo deve fare la sua parte. A questo proposito il contrasto tra Paride e Menelao, bello e valoroso, è subito chiaro, ed è interessante la scena di Afrodite e di Elena al canto III dell’Iliade, quando la Dea deve praticamente minacciare Elena per convincerla a raggiungere Paride, miracolosamente salvo dal duello con Menelao. L’intervento di Afrodite evidenzia, da un lato la superiorità di Menelao rispetto a Paride, dall’altro il pentimento di Elena che mette a confronto i due uomini, rimpiangendo il primo marito: è del tutto esplicita la preferenza da parte sua per il valoroso Menelao e il disprezzo per il bel Paride.

Chi è bello e prestante gode di un immediato credito presso gli altri: ci si aspetta da lui che sia dotato anche di altre virtù, soprattutto del coraggio, cui fa preludere un corpo sano e vigoroso, già avvantaggiato dalla natura stessa, rendendo ancor più stridente il contrasto tra i doni di cui si gode non per proprio merito e la mancanza di forza personale. Per esempio, nell’Odissea Atena, nell’esortare Telemaco a partire alla ricerca di notizie del padre, fa riferimento a questa sostanziale affinità tra aspetto esteriore e inclinazione ad agire degnamente (Od. I, 296-297; 301-302):

… e non è conveniente
che tu ti comporta da bambino, poiché non sei più tale…
anche tu, caro, poiché ti vedo molto bello e forte,
sii coraggioso, affinché qualcuno tra i posteri elogi anche te.

Il giovane bello e forte si sente quindi spinto da queste sue caratteristiche naturali alla virtù, poiché l’atto di valore è di per sé bello e tale da abbellire chi lo compie, mentre la viltà è brutta e avvilente in qualsiasi caso. Paride dimostra di preferire la bruttezza e, pur essendo kalòs, di bell’aspetto potremmo dire, compie azioni contrarie al kalòn, al bello, al decoroso: per questo il suo atteggiamento è ancora più urtante per chi vede in ogni aspetto e momento della vita anche il suo lato estetico.

Quando Era, sotto le spoglie di Stentore, interviene per spronare gli Achei durante una battaglia, li rimprovera dicendo «vergogna, Argivi, sordidi vigliacchi, ammirevoli d’aspetto» (Il. V, 787), indicando chiaramente come il fatto di essere ammirevoli d’aspetto ma vigliacchi costituisse un grave insulto, e infatti «parlando così incitò l’ardore e il coraggio di ognuno» (Il. V, 792).

I versi del poeta Archiloco, che dirà di preferire un comandante con le gambe storte ad uno coi bei riccioli, non sono affatto in contrapposizione con l’ideale omerico di eroe, come pure è stato detto, ma anzi sono l’espressione dello stesso modo di vedere, tipico di chi non matura le proprie opinioni tra le pareti di uno studio, ma nella concretezza delle battaglie. Il fatto che gli eroi di Omero non avessero le gambe storte è irrilevante a questo proposito, dal momento che la loro prestanza fisica è accompagnata dal valore, che ne rimane la fondamentale caratteristica. Proprio quella caratteristica che Archiloco dice di volere, anche a costo di sacrificare la bellezza, «… saldo di piedi, pieno di cuore» (Diehl 60): la sua riserva sui bei riccioli è molto vicina alle considerazioni di Ettore, o alla contrapposizione detta da Era tra «sordidi vigliacchi» e «ammirevoli d’aspetto».

A questo proposito Bruno Snell dice che

il capitano di Archiloco è valoroso proprio in quanto non è elegante. E’ vero che del mendicante Iro si dice (Od. XVIII, 3): «né forza aveva, né vigore, ma una possente presenza», e quest’immagine è creata in contrapposizione a quella di Ulisse; ma soltanto Archiloco esprime l’idea paradossale che l’ufficiale non valga nulla proprio a causa della sua pompa esteriore… che l’apparenza distrugga il valore interiore.

Quest’idea di cui parla Snell, attribuendola ad Archiloco, non sarebbe solo «paradossale», ma altrettanto ridicola dell’affermazione opposta: non cambierebbe molto, infatti, dire che un ufficiale sarà valoroso perché è bello o dire che, proprio in quanto è bello, non potrà certo essere valoroso, come se Archiloco avesse voluto dirci che solo gli strateghi brutti potessero vincere le battaglie. Come diceva Epitteto: «perché, allora, confondi cose che si trovano unite accidentalmente in un medesimo individuo?» (Diatribe I, 8, 12)

L’«apparenza» inoltre non influisce sul «valore interiore», né in bene né in male; ciò che sostengono sia Omero che Archiloco è che la bellezza non comporta necessariamente la presenza di altre virtù, come si nota nel caso di Paride e dell’ufficiale, o come viene espresso nel rimprovero di Era agli Achei. In Omero viene posto l’accento sul fatto che quando si vede un uomo bello ci si aspetta anche che sia valoroso, per i motivi detti sopra, mentre in Archiloco si sostiene la constatazione piuttosto ovvia che sia meglio avere un comandante valoroso ed abile piuttosto che bello, cosa che anche Omero avrebbe sottoscritto: dopo tutto ai Troiani non verrebbe mai in mente di dare il comando del loro esercito a Paride.