Forma e divino

L’antropomorfismo omerico non abbassa gli Dei al livello degli uomini, ma piuttosto eleva gli uomini a compagni degli Dei, aprendo il cammino all’idea poi espressa da molti filosofi che l’uomo partecipi con gli Dei di un medesimo logos universale.

Se la divinità deve avere una forma, l’aspetto umano è quello che più le si addice, ed è importante che anche la divinità abbia una “forma” poiché essa è qualcosa di diverso dall’uomo, ma non di alieno al mondo, come sarebbe “un’entità” senza forma. Non si tratterebbe infatti di una semplice mancanza di fantasia, ma del rifiuto implicito di ogni forma: se ciò che c’è di più sublime nel mondo fosse una forza senza forma, ciò negherebbe ad ogni forma l’appartenenza all’essere, ed implicitamente tutto ciò che ha forma, sia natura o uomo, non parteciperebbe del divino, ma esisterebbe solo in quanto una forza misteriosa senza forma avrebbe deciso di crearlo e non avrebbe ancora deciso di distruggerlo. Ciò che ha forma non meriterebbe rispetto di per sé, non sarebbe sacrilego cercare di mutare il suo essere, perché il divino, unico ad esigere rispetto, sarebbe altrove, e di diversa natura. In questo modo il mondo della forma diventerebbe il mondo della falsa apparenza, mentre la verità starebbe in ciò che è privo di forma. Mancando la forma, mancherebbe anche qualsiasi nozione di bello. Sarebbe un rifiuto del mondo tangibile e visibile che verrebbe privato in maniera assoluta e totale di ogni presenza divina, relegata ormai al di fuori di esso.

Non è un caso che nel mito esista una radicale differenza tra le divinità olimpiche di forma antropomorfica e le precedenti divinità dalla natura mostruosa o addirittura prive di forma. Osserviamo un esempio: esiste un legame intrinseco tra l’idea di destino, di Moira nel senso della «parte destinata a ciascuno», con l’idea di Themis, di ciò che è «giusto e conveniente» sia dal punto di vista individuale che sociale o cosmico. Ma mentre la Moira, al singolare, non è mai raffigurata come “persona”, Themis è invece una divinità olimpica, prima sposa di Zeus e sua principale consigliera, madre di Dike, la giustizia, e delle Ore, che regolano il succedersi del tempo e delle attività umane. Il significato di questa differenza di raffigurazione è che la Themis appartiene all’ambito della ragione, di quel cosmo ordinato dal logos che gli Dei olimpici hanno fatto trionfare sulle forze cieche primordiali, mentre la Moira, che pure risulta più potente degli stessi Dei, non ha forma, preesistendo in realtà persino al tempo del mostruoso. Infatti la Themis esiste solo per Dei ed uomini, mentre la Moira dominava già la terra al tempo dei dinosauri e il cosmo al tempo del big bang; la Themis trova posto nelle città e nelle società umane regolate dalla legge come sull’Olimpo, ma la Moira si impone negli abissi marini come nelle caverne dei Ciclopi. Così, dopo il “caos” in cui tutto coesisteva senza separazione, ha origine l’informe che però è pur sempre distinto in entità dai nomi propri, come l’Erebo o la Notte, rappresentazioni di forze vitali primordiali prive però d’individualità e consapevolezza, cui segue il “mostruoso”, dotato di una forma propria in cui tuttavia è ancora assente il logos, la bellezza equilibrata ed ordinata.

Anche se egli predilige le forme lucenti ed armoniose, non è ignota ad Omero l’esistenza dello spaventoso che coniuga in sé la ferocia e spesso anche l’ineluttabilità. Non è nelle «atroci battaglie» nella piana di Ilio che Odisseo fa i peggiori incontri della sua vita: lì infatti egli dovette affrontare solamente degli uomini come lui, e tutta la narrazione, pur nella crudezza delle immagini di strage, mantiene la dimensione dell’umano.

Al contrario, al momento di congedarsi da Circe l’eroe viene informato di una calamità contro la quale sarà vano opporsi con forze umane, ma che al contempo non sarà possibile evitare: la mostruosa furia di Scilla. Pur consapevole dell’orrore, Odisseo è pronto ad affrontare anche questa prova, così come il poeta, che obbliga l’ascoltatore a confrontarsi con l’altra faccia del mondo, sia naturale che psicologico, che talvolta non si può eludere. Sia Scilla che la sua vicina ancor più letale Cariddi rappresentano gli ostacoli che l’uomo non è in grado di aggirare perché parti ineliminabili della realtà – e per questo divinizzati – ma che la forza d’animo e il coraggio consentono di superare con successo, anche se purtroppo non senza perdite.

La forma umana tipica degli Dei olimpici successivi è la rappresentazione fisica e simbolica del passaggio dal prevalere delle forze potenti ma prive di razionalità al definitivo e luminoso trionfo del pensiero e del sentimento: in tal modo inoltre, introducendo l’idea di un progressivo avanzamento civilizzatore nell’ordinamento divino, la religione omerica introduce implicitamente anche quella che noi chiameremmo “idea di progresso”, incarnata nella forma dell’unico essere su questa terra capace di riflessione e di sensibilità. E’ la presa di coscienza che, nonostante tutti i difetti e le limitazioni dell’uomo, con la sua comparsa nel mondo è tuttavia avvenuto qualcosa di eccezionale: il superamento del cieco fato che condanna invece gli animali ad una vita dominata dall’istinto inconsapevole e dalla brutale necessità. Il fatto che molti esseri umani purtroppo continuino a rimanere prigionieri di un’esistenza quasi ferina, non inficia la grande conquista dell’umanità.