Vergogna e fuga

In Omero il senso dell’onore ha un suo fondamentale sostegno in quello che potremmo chiamare l’orrore per la vergogna. Agamennone nel vivo della battaglia esorta i suoi dicendo (Il. V, 529-532):

amici, siate uomini e rendete valoroso il cuore,
abbiate vergogna gli uni degli altri nella battaglia violenta;
tra gli uomini che provano vergogna sono più numerosi i salvi degli uccisi;
da coloro che fuggono né sorge la gloria né un aiuto.

Un comportamento onorevole non è solo migliore dal punto di vista della reputazione, ma è anche il più utile, fornendo maggiori garanzie di sopravvivenza, poiché mantenendo il controllo gli uomini possono anche portarsi quel reciproco aiuto che viene meno nella fuga: Omero ci aveva fatto notare come all’inizio della battaglia gli Achei si schierassero «desiderando nell’animo di difendersi l’un l’altro» (Il. III, 9), e ribadisce durante la mischia l’importanza decisiva di questo atteggiamento.

Anche nel momento peggiore gli Achei mantengono la disciplina (Il. XV, 655-667):

gli Argivi si allontanavano per necessità dalle prime navi,
ma rimanevano presso le tende
riuniti insieme, né si dispersero per l’accampamento; infatti trattengono la vergogna
e il timore; senza tregua si spronavano gli uni con gli altri.
E soprattutto Nestore Gerenio, baluardo degli Achei,
pregava ciascun uomo supplicando per i genitori;
“amici, siate uomini, e ponete nell’animo la vergogna
degli altri uomini, e ciascuno si ricordi
dei figli e delle spose e dei focolari e dei genitori,
coloro che li hanno ancora vivi e anche coloro che li hanno ormai morti,
ora io vi prego per coloro che non sono presenti
di resistere fortemente, e di non volgervi in fuga”.
Così parlando incitò l’ardore e il coraggio di ognuno.

Tirteo riprenderà l’insegnamento di Omero nell’esortare gli Spartani alla lotta (Diehl, 8, 11-14):

infatti coloro che hanno il coraggio restando gli uni accanto agli altri
di andare al corpo a corpo e tra i combattenti in prima fila,
muoiono in minor numero, e salvano l’esercito che viene dietro;
degli uomini fuggiaschi svanisce tutta la virtù.

L’incitamento a non fuggire, facendo leva sul senso dell’onore e della vergogna, aveva uno scopo molto concreto: non era affatto irrilevante essere tra coloro che inseguivano o coloro che fuggivano. L’onore non è frivolo.

Per dare un’idea del rapporto di perdite numeriche tra vincitori e fuggitivi nelle battaglie antiche, consideriamo alcuni esempi pratici citati da Ardant du Picq nel suo Études sur le combat: dopo la battaglia di Canne, i morti romani sono 70.000, quelli di Annibale meno di 6.000; nella battaglia del Trasimeno i Romani avevano perso 15.000 uomini (più altrettanti prigionieri), i Cartaginesi 1.500; a Zama, Annibale conta 20.000 morti, 20.000 prigionieri contro i 2.000 caduti romani; a Cinocefale i Macedoni perdono 80.000 uomini (più 5.000 prigionieri), mentre i Romani hanno solo 700 morti; nella battaglia di Aix contro i Teutoni i Romani fanno un massacro, 100.000 nemici uccisi, contro 300 Romani; e si potrebbe continuare. In tutti questi casi l’enorme discrepanza di perdite avviene quando uno dei due eserciti cede e si dà alla fuga disordinata: il morale era quindi fondamentale, non solo per la vittoria, ma soprattutto per la sopravvivenza.

Quando la pressione nemica è eccessiva anche i più valorosi fuggono, ma per lo più si cerca di mantenere un certo ordine. Trattandosi di uomini ragionevoli e tendenzialmente moderati, il senso dell’onore e della vergogna trova un limite nelle razionali possibilità di ognuno. Per esempio, in un’occasione Agamennone, «consigliando il giusto» (Il. VII, 120), persuade Menelao a desistere dal duello con Ettore, molto più forte di lui dicendogli «sei fuori di senno, illustre Menelao, né hai bisogno di questa imprudenza…» (Il. VII, 109-110): anche in questo episodio appare evidente la mancanza di fanatismo dogmatico perfino in quell’aspetto che senza dubbio è il più importante nella vita dell’eroe omerico. Non è opportuno scontrarsi in duello con un uomo molto più forte, e nemmeno è necessario, senza che questo leda l’onore del guerriero, che non è responsabile dei doni degli Dei, tra i quali sta la forza: l’onore viene leso quando, pur avendone la possibilità fisica, si evita lo scontro per viltà morale. Altro limite, pur parziale, all’obbligo di resistere per evitare la vergogna è una forza superiore, per così dire, non umana: la volontà manifesta degli Dei o del fato.

Tutti gli eroi di Omero prima o poi sono soggetti alla paura, senza che questo ne offuschi la gloria. Quando Ares avanza al fianco di Ettore (Il. V, 596.), « vedendolo rabbrividì Diomede valente nel grido di guerra», e perfino il grande Achille, quando Enea gli colpisce lo scudo con la lancia, lo allontana dal corpo «turbato» (Il. XX, 262). Alcune considerazioni di Aristotele sul coraggio possono aiutarci a comprendere meglio le implicazioni filosofiche dei comportamenti degli eroi omerici:

l’uomo coraggioso è impavido quanto può esserlo un uomo. Temerà, dunque, anche le cose a misura d’uomo, ma vi farà fronte come si deve e come vuole la ragione, in vista del bello, perchè questo è il fine della virtù… colui che affronta, pur temendole, le cose che si deve, e che corrispondentemente ha ardire come e quando si deve, è coraggioso: infatti, il coraggioso patisce e agisce secondo il valore delle circostanze e come prescrive la ragione… Dunque, è in vista del bello morale che il coraggioso affronta situazioni temibili e compie le azioni che derivano dal coraggio. Di coloro che peccano per eccesso, colui che pecca per mancanza di paura… sarebbe un uomo folle o un insensibile se non temesse nulla… colui invece che eccede nell’ardire di fronte alle cose temibili è temerario. Si ritiene comunemente che il temerario sia anche un millantatore… Chi eccede nel temere è vile, perché teme ciò che non si deve e come non si deve…