Padri e figli

La società omerica tende a mantenere armonia tra le generazioni: nonostante il rispetto riconosciuto verso i più anziani, i rapporti tra vecchi e giovani sono ben più sfumati di un semplice prevalere degli uni sugli altri. Se l’anziano è rispettato, molto raramente prende decisioni cruciali, riservate agli uomini nel pieno del vigore. Esiste un mirabile equilibrio che consente di mantenere quel necessario rispetto che ispira l’emulazione delle virtù affermando, generalmente per bocca dei più anziani, che i vecchi erano migliori. Così, quando Agamennone vuole rimproverare Diomede, gli dice (Il. IV, 399-400):

tale era l’etolo Tideo; ma il figlio
lo ha generato inferiore a lui in battaglia, migliore invece in assemblea.

Ciò nonostante, gli uomini maturi non si sentono affatto intimoriti dagli illustri esempi dei padri, anzi a volte si considerano addirittura migliori, come dimostra la risposta di Stenelo ad Agamennone (Il. IV, 404-410):

Atride, non dire il falso conoscendo la verità;
certo noi ci vantiamo di essere molto migliori dei padri;
noi abbiamo espugnato Tebe dalle sette porte,
avendo condotto un esercito meno numeroso contro mura più forti,
confidando nei prodigi degli Dei e nell’aiuto di Zeus;
quelli invece sono andati in rovina per la loro empietà;
quindi non tenere i padri in considerazione quanto noi.

In un altro caso si osserva come (Il. XV, 614-644)

nacque da un padre molto peggiore un figlio più valente
in tutte le virtù, nella corsa e nel combattere,
e per intelletto era tra i primi tra i Micenei.

I padri, al contempo, si augurano che i figli siano migliori di loro e si rallegrano per i loro successi. Nestore ricorda le sue prime imprese guerriere (Il. XI, 683-684):

… gioiva nel cuore Neleo,
poiché essendo andato in guerra così giovane avevo avuto in sorte molte imprese.

Le raccomandazioni del padre al figlio che parte per la guerra sono di carattere etico, per incitare al coraggio e all’onore, nel caso di Glauco (Il. VI, 207-209):

mi inviò a Troia, e mi raccomandava moltissimo,
di primeggiare sempre e di essere superiore agli altri,
e di non disonorare la stirpe dei padri, nobilissimi,

e nel caso di Peleo che, congedandosi dal figlio Achille lo esortava «a distinguersi sempre e ad essere superiore agli altri» (Il. XI, 784), ma aggiungeva anche (Il, IX, 254-258),

figlio mio, la forza Atena ed Era
la concederanno, se vorranno; ma tu il magnanimo cuore
tieni a freno nel petto; infatti la benevolenza è più virtuosa;
poni fine alle contese funeste, affinché ancor più
ti onorino gli Argivi, i giovani come gli anziani.

Vi sono anche consigli pratici, come nel caso di Pandaro, al quale il padre consiglia di portare i cavalli e il cocchio (Il. V, 197-200), o nel caso di Menezio che esorta il figlio Patroclo a ben consigliare il più giovane Achille (Il. XI, 785-789). Ettore per suo figlio Astianatte esprime questo augurio (Il. VI, 476-481):

Zeus e voi altri Dei, fate sì che questo mio figlio
divenga, come me, illustre fra i Troiani,
a tal punto eccellente per forza, e che regni potente su Ilio;
e un giorno qualcuno possa dire «è molto migliore del padre»
tornato dalla guerra; e possa portare le spoglie insanguinate
avendo ucciso un uomo nemico, e se ne rallegri nell’animo la madre.

E’ stato spesso osservato che in Omero padri e figli condividono gli stessi valori e la stessa visione del mondo, che i giovani sono incapaci di dissenso e di autonomia nei confronti della società e dei padri. La nostra epoca dà molta enfasi all’individualismo, inteso come capacità del giovane di far valere i suoi punti di vista rispetto alle generazioni precedenti. Occorre però notare che ogni epoca ha la società della quale ha bisogno: oggi è più “funzionale” che altri “controllori” si sostituiscano ai padri nell’indirizzare i giovani e in un sistema in rapido mutamento come il nostro è “utile” che ogni generazione si adatti a nuove situazioni e a nuovi bisogni. A chi poi questo sia funzionale ed utile è naturalmente da vedere – e il giovane forse dovrebbe chiederselo prima di sposare con entusiasmo la causa della “ribellione”, se vuole evitare di fare l’utile idiota di estranei di cui perfino ignora l’esistenza, e le intenzioni.

Ritenere che sia maggiormente dominato da forze esterne colui che si adegua alla tradizione della propria stirpe rispetto a colui che è spinto dalla tendenza corrente a discostarvisi, è ingenuo: andando al di là delle apparenze è probabile anzi il contrario. E’ spontaneo pensare che chi si conforma a valori che non condividiamo sia manipolato, mentre il privilegio della libera scelta appartiene solamente a noi e a chi la pensa come noi; ma questa è solo una questione di prospettiva. Alcune epoche sono più esigenti di altre verso gli individui e può quindi sembrare che le epoche “meno esigenti” concedano più autonomia: ma che questo sia poi vero è tutto da verificare. Certo, quella omerica era una società esigente, nel senso che non lasciava molte scelte di vita al singolo: ma così erano i tempi. E’ inevitabile che la società eserciti una pressione sui suoi membri più giovani per indurli ad integrarsi in essa a tutti gli effetti e nessuna società sfugge a questa necessità, anche quella che apparentemente si volge nella direzione opposta: Omero, offrendo esempi da imitare più che regole da seguire, propone quello che la società della sua epoca considerava il comportamento giusto e migliore nel modo più naturale e rispettoso. Quindi, dedurre che gli uomini dell’Iliade o dell’Odissea fossero privi di una personalità individuale ed incapaci di autodeterminarsi è totalmente arbitrario.

Non si vede perché il comportamento di Telemaco nell’Odissea non possa essere visto come la crescita di una personalità autonoma solo per il fatto che assomiglia sempre di più a suo padre e che si adegua sempre di più alle aspettative della stirpe; a parte il fatto che non si vede cosa ci sia di male ad assomigliare al proprio padre, del quale si può apprezzare il comportamento e le idee del tutto liberamente, cosa che accade sovente tuttora ai fortunati che hanno un padre che ammirano, non abbiamo motivo di negare che Telemaco condivida autonomamente proprio quei valori già fatti propri da suo padre e dagli antenati. Giustamente, a questo proposito, Fränkel osserva come l’uomo omerico fosse

dotato di sottili forme di relazione, ma si sente evidentemente non limitato, bensì elevato, da quelle regole sociali che gli conferiscono prestigio. Inoltre, domina le forme con una virtuosità che lo rende loro signore, piuttosto che loro schiavo. Questa circostanza si rivela particolarmente nell’eleganza dei discorsi e delle raffinatezze diplomatiche di cui è capace.