Storico e “metastorico” in Omero

La mancanza di dogmatismo, che Omero ha trasmesso al politeismo greco, ha consentito anche alle epoche successive di trarre ispirazione dai poemi per quanto riguardava gli elementi positivi, tralasciando senza traumi quegli aspetti che costituivano una specifica visione dell’epoca. Ad esempio, in età classica Omero era il punto di riferimento educativo di tutte le città greche, compresa la democratica Atene, dove sentir parlare di “re” doveva fare lo stesso effetto che parlare di repubblica ad un congresso della Santa Alleanza: eppure i poemi omerici non fanno che narrare le eroiche gesta di re e di principi, glorificandone le stirpi ed il poeta in un’occasione fa dire ad Odisseo «non regneremo mica tutti qui noi Achei» (Il. II, 203). Il fatto è che i liberi cittadini delle repubbliche classiche sentivano di poter tranquillamente astrarre dagli aspetti più propriamente “storici” dei poemi, legati al contingente, per trarne invece il contenuto universale ed eterno. Ma questo è stato possibile soltanto perché Omero ha trasmesso il suo messaggio senza pretendere di fissare per sempre un’immutabile visione degli Dei, dell’uomo e della società: né lui lo ha voluto, né probabilmente i suoi ascoltatori glielo avrebbero permesso.

Un aspetto della società omerica che alla nostra sensibilità moderna appare inaccettabile, e giustamente, è quello della schiavitù; ma esso rientra appunto tra quegli aspetti legati al periodo storico che in un testo senza pretese dogmatiche costituisce semplicemente un’informazione di carattere storico-sociologico.

Nel politeismo greco come religione non esiste assolutamente nessun elemento che possa far pensare che un aspetto “sociale” tipico di un certo momento storico fosse da considerarsi “sacro”: tra gli Dei non esiste la schiavitù che, in quanto usanza umana segue la sorte di tutto ciò che è umano, finisce quando giunge il suo tempo. Ancora più importante, gli Dei non considerano mai gli uomini come servi, ed è superfluo notare che se nemmeno gli Dei trattano gli esseri umani da schiavi, né come specie né come individui, ne consegue che in via di principio neppure un altro essere umano ha un metafisico “diritto” di farlo: si tratta perciò semplicemente di un dato di fatto suscettibile di cambiamento.

Ciò che vale per la schiavitù vale anche per l’istituzione della monarchia, che è quanto di più vicino al rapporto servo-padrone esista nelle relazioni tra liberi. La società omerica è senza dubbio monarchica e, come già ricordato, Odisseo dice esplicitamente (Il. II, 203-206) che

non regneremo mica tutti qui noi Achei;
non è conveniente il governo di molti; uno sia il capo,
uno il re, al quale il figlio di Crono dai tortuosi pensieri diede
scettro e leggi, affinché prenda decisioni per tutti,

tuttavia non vi è nulla di paragonabile in Omero al “diritto divino” dei re ancien règime, che traevano dalla religione una legittimazione che per secoli risulterà estremamente difficile da contrastare. Al contrario la monarchia omerica non sarà mai di ostacolo all’instaurazione delle libere democrazie greche. Se infatti l’onore del re è sommo e viene dallo stesso Zeus, e (Il. I, 278-279)

… non ebbe mai in sorte lo stesso onore
un re che porta lo scettro, al quale Zeus concesse la gloria,

tuttavia l’uomo non è uno schiavo, e come dice Achille ad Agamennone (Il. I, 293-294),

senza dubbio sarei chiamato vile e uomo da nulla,
se mi piegassi a te in ogni faccenda qualunque cosa tu dica.

Un altro aspetto particolarmente delicato per la nostra sensibilità moderna è quello della guerra: nell’Iliade è evidente la radicalizzazione estrema dalla guerra in corso, che potrà concludersi solo con la distruzione di uno dei due avversari, pur non mancando anche momenti di tregua e di “cavalleria”, come la conclusione del duello tra Ettore ed Aiace o lo scambio di doni tra Diomede e Glauco, e perfino attimi commoventi come l’incontro tra Achille e Priamo.

Nel complesso però la guerra è spietata ed Omero non dimentica mai di farlo notare; pur essendo anche la «battaglia che onora gli uomini, gloriosa» ( Il. IV, 225; V, 35; V, 454; V, 507), essa è «triste, luttuosa»(Il. III, 112), «terribile distruzione» (Il. V, 409), «la guerra amara, dolorosa» (Il. X, 8), «sterminatrice di uomini» (Il. XI, 331), e così via. Spesso il poeta cita per nome i giovani che non faranno più ritorno dai vecchi genitori o dalle giovani spose e dai bambini che li attendono a casa ed in tal modo dà un messaggio di umanità anche in un contesto che sembrerebbe escludere il sentimento: i nemici in Omero vengono descritti esattamente come i “nostri”, hanno madri premurose, mogli in ansia per la loro sorte e bimbi piccoli per i quali sognano un futuro esattamente come noi.

Malauguratamente la guerra è sempre stata una costante presenza nella storia umana e, come dice Odisseo (Il. XIV, 86-87), Zeus «a noi dalla giovinezza fino alla vecchiaia ha dato sostenere terribili guerre, finché ciascuno non sia morto». Nel caso specifico della guerra contro Troia, il poeta evidenzia più volte la ragione degli Achei  e la responsabilità dei Troiani nello scatenamento delle ostilità: tuttavia con commette mai l’errore di rendere “santa” la guerra, elemento di estremizzazione e di disumanizzazione che dove è stato invece applicato ha conferito allo scontro un’irriducibilità ed una giustificazione che altrimenti non avrebbe avuto ed ha trasformato il nemico da semplice “individuo ostile” in un empio avversario, un mostro senza nulla di umano. Nei poemi omerici Zeus non assume mai il ruolo di “Dio degli eserciti”, che viene invece demandato ad altre divinità, in particolare Ares ed Atena: in tal modo conserva la propria funzione di Dio supremo super partes e così, anche se in Omero talvolta la guerra può essere “giusta”, non è mai “santa”.