Etica e morte

Un motivo di fraintendimento della religiosità omerica, spesso criticata dai pensatori successivi, è dipeso dal fatto che per il poeta il momento della descrizione degli episodi “divini” è quello in cui, almeno apparentemente, egli si prende maggiori libertà: ciò è sembrato quanto mai strano ai successori, per i quali invece l’ambito del divino sarà proprio quello che consentirà minori libertà, poiché sarà cambiato il rapporto tra Dei ed uomini. Il fatto è che Omero non contempla un premio per la virtù che non sia la memoria lasciata alle generazioni future. Ma agli uomini delle epoche successive questo comincia a pesare: essi esigono sempre più dagli Dei che le virtù siano premiate e i vizi puniti. E’ anche la loro estrazione sociale, per così dire, ad essere mutata rispetto agli eroi omerici e ai principali fruitori dell’epos: a costoro bastava sapere che il loro valore sarebbe stato ricordato, servendo di esempio ai posteri, e contro l’ingiustizia altrui sapevano e potevano farsi vendetta, con l’aiuto degli Dei. Ma i lavoratori come Esiodo, di classe media o bassa, mancano spesso della forza di far trionfare la virtù in questa vita e per loro mano, e così non possono far altro che sperare che gli Dei puniranno gli ingiusti in un futuro o nell’aldilà. L’uomo omerico non vuole usurpare nessun onore che non gli spetti: la vita eterna o la beatitudine sono prerogative degli Dei, ma il destino ha lasciato anche a lui uno spazio nel quale aspirare alle distinzioni proprie dell’uomo, la gloria, la fama imperitura, il godimento della vita. Niente di ciò che è umano in questo senso è peccaminoso, e non appartiene al modo di pensare degli eroi omerici spregiare ciò che è riservato all’uomo per aspirare a ciò che non è lecito perché divino. Ad un certo punto i mortali non accettano più ciò che invece Omero accettava ancora, e cioè che, comunque uno si sia comportato in vita, la morte lo accomunerà a tutti gli altri, come ricorda Achille a Licaone (Il. XXI, 106-113):

ma, amico, muori anche tu; e perché ti compiangi tanto?
E’ morto anche Patroclo, che era molto più valente di te.
E non vedi come anch’io sono bello e grande?
Ho un nobile padre, e mi ha generato una madre Dea;
ma come su te, anche su me incombe la morte e la Moira potente;
sarà un’aurora, una sera oppure un mezzogiorno,
quando qualcuno mi toglierà la vita in battaglia,
avendomi raggiunto con la lancia o con la freccia scagliata dall’arco.

Da questo punto di vista gli uomini in Omero condividono tutti la stessa natura e la stessa sorte e non sono diversi gli uni dagli altri: non ci sono iniziati e profani, credenti e infedeli, “sommersi e salvati”. Solo la gloria distinguerà gli uomini, e per questo è così importante: Achille non si rammarica di essere simile a Licaone nella morte, ma esige di essere riconosciuto diverso da lui in vita e nel racconto che di questa vita verrà lasciato ai posteri. Il timore della morte ha in seguito diviso l’umanità. Infatti, l’uomo poi pretenderà dagli Dei che, in cambio di quella devozione che l’uomo omerico tributava senza aspettarsi ricompensa, essi lo salvino dal dolore e dalla «tenebra odiosa». E gli Dei devono quindi comportarsi in quei modi per i quali gli uomini desiderano essere premiati da loro. Per questo motivo gli Dei di Omero indignano così tanto Simonide e chi la pensa come lui: gli Dei devono essere “umanamente” virtuosi poiché, se gli Dei sono virtuosi, salveranno chi è virtuoso e questo pensiero è di grande consolazione a chi è costretto a vedere gli ingiusti che prosperano. Si vede comunque che l’antropomorfismo non è affatto scongiurato: semplicemente sono diversi gli uomini che pensano agli Dei.

E’ interessante osservare come i filosofi stoici, per assolvere gli Dei dall’accusa di non distribuire opportunamente premi e punizioni, abbiano dovuto ricorrere all’espediente di negare alle cose stesse la qualifica di beni o di mali. Ma Omero ancora non conosceva queste sottigliezze: ricchezze e onori per lui sono decisamente dei beni, che gli uomini si prodigano di ottenere, ma non esiste mai il benché minimo accenno ad una colpevolezza degli Dei per un’eventuale iniqua distribuzione degli stessi: semplicemente, le due categorie – vizi/virtù e povertà/ricchezza – viaggiano su piani paralleli e non sono assimilabili tra loro. Gli Dei, poi, diventeranno un esempio solo quando gli uomini avranno bisogno di cercare al di fuori di sé l’impulso ad agire correttamente. Così il filosofo morale criticherà Omero per aver offerto con i suoi Dei degli “esempi” inadeguati: secondo lui, se questi ultimi si comportano “male”, anche gli esseri umani saranno indotti ad agire allo stesso modo. Un eroe di Omero non avrebbe mai ragionato in questo modo, consapevole della differenza tra Dei ed uomini. Omero ci invita a sentire dentro di noi, nell’intimo di ciascuno, quella comunanza con la natura divina che ci spinge a cercare la virtù e il bene come realizzazione del nostro più profondo essere.

L’opinione espressa da Omero è stata quella che gli Dei amano i giusti e detestano i cattivi, e che nemmeno le più solenni ecatombi possano ai loro occhi trasformare un delinquente in un pio individuo: gli Dei non assolvono mai dalle colpe. Inoltre, in Omero la legge divina non è imposta da un’entità personale estranea all’uomo, bensì è connaturata al cosmo ordinato di cui anche l’uomo fa parte. Anche gli Dei vi sono tenuti. Ciò accomuna uomini e Dei: nell’ottemperamento alla legge gli uomini sono simili agli Dei e veramente liberi in quanto non fanno altro che seguire la propria natura in armonia con le leggi del cosmo. Gli Dei non sono i padroni degli uomini, non pretendono da essi una fede assoluta e fanatica e le norme etiche del buon comportamento non sono dettami del loro volere insondabile, bensì conseguenze dell’appartenenza al genere umano, e l’individuo le sente proprie per natura, le rispetta e le ama proprio come ama e rispetta ciò che è suo.

Anche l’uomo fa la sua parte nell’ordine cosmico reggendo le proprie società con leggi giuste e facendole rispettare: l’ingiustizia e il crimine, che sono essenzialmente sopraffazione del più debole da parte del più violento, non sono semplicemente la violazione di norme artificiose imposte dagli stati, ma i legislatori, qualora realmente si sforzino di varare leggi giuste, operano per il bene dell’umanità e per l’interesse dell’individuo. Occorre inoltre osservare che in Omero il “male” come entità metafisica non esiste; non esiste un Dio malvagio che si diverta a sedurre gli uomini per condurli alla perdizione. Gli Dei hanno personalità complesse, talvolta possono sembrare dominati da passioni “umane”, ma di queste non tutte sono rappresentate tra gli immortali: possiamo trovarvi la passione amorosa, l’ira, il desiderio di onori, a volte l’indifferenza, ma mai la viltà, l’irrazionalità o il paranoico desiderio di potere. Werner Jaeger nota opportunamente a proposito di Omero che

le forze morali sono per lui così reali come le energie fisiche. Egli coglie oggettivamente, con occhio acuto le passioni umane; ne conosce il demonico impeto elementare, che è più forte dell’uomo e lo trascina. Ma, se anche spesso la corrente loro straripa, torna sempre ad esser trattenuta da saldi argini. I supremi limiti etici sono per Omero, come per i Greci in generale, leggi dell’essere, non convinzioni di un mero dover essere.

Il senso della moralità omerica non poteva essere reso in modo più sintetico ed efficace. Le «leggi dell’essere» per Omero sono gli Dei.