Diomede, Odisseo e von Clausewitz

Nell’Iliade a volte gli eroi infuriano nella battaglia, spesso perché afflitti per la morte di un caro amico o di un parente. Quando Aiace avanza per affrontare Ettore, Omero dice (Il. VII, 208-209):

si avventò poi come avanza lo spaventoso Ares,
quando va in battaglia tra gli uomini…

ma è evidente come per Omero la guerra sia il dominio dell’intelligenza oltre che del coraggio. Proprio di Diomede Nestore dice (Il. IX, 53-54):

Tidide, nella guerra sei il migliore e sei valoroso,
e tra tutti i coetanei sei il più valente in consiglio.

L’elogio del più anziano e del più saggio tra gli Achei sancisce il giudizio del poeta sull’eccellenza di Diomede, considerato chiaramente il migliore dopo Achille.

Quando gli ambasciatori inviati ad Achille per cercare di convincerlo a rientrare in battaglia tornano senza successo, nell’afflizione generale è sempre Diomede il primo a prendere la parola per il bene pubblico. Invita tutti ad un sonno ristoratore per schierarsi all’alba davanti alle navi; lo stesso Agamennone dovrebbe trovarsi tra i combattenti della prima fila (Il. IX, 695-711).

Il figlio di Tideo viene paragonato ad un fiume in piena (Il. V, 87) e ad un leone (Il. V, 136, 161), ma è molto indicativo il fatto che egli venga appoggiato da Atena (Il. V, 537-539) contro Ares, il Dio appunto della furia insensata:

lei allora montava sul cocchio accanto al divino Diomede
l’impetuosa Dea; cigolò forte l’asse di quercia
per il peso; portava una Dea potente e l’uomo più valoroso.

Unico tra gli eroi non figli di Dei, viene momentaneamente messo da Atena nelle condizioni di riconoscere gli immortali nella battaglia (Il. V,127-128): la sua vista, leggi la sua comprensione della realtà, è quindi più lucida e penetrante.

Questa predilezione di Atena per Diomede non è casuale, né una semplice reminiscenza dell’appoggio dato dalla Dea al padre dell’eroe: lo specchio della consapevolezza che gli antichi nutrivano nell’intima relazione tra coraggio e intelligenza, che si può notare anche in Odisseo. Si tratta, infatti, di due aspetti separati, ma strettamente connessi, come noterà con illuminante lucidità von Clausewitz:

poiché il pericolo costituisce l’ambiente nel quale tutto si muove in guerra, è principalmente il coraggio, il sentimento della propria forza, che influisce sul giudizio e forma, per così dire, la lente che le impressioni attraversano per giungere all’intelligenza.

Per questo motivo Atena predilige gli eroi che abbiano entrambe queste caratteristiche e non è un caso che Diomede ed Odisseo vadano spesso associati.

Nel caso di Diomede, poi, è evidente che il coraggio sia la sua principale caratteristica, non ovviamente in quanto gli altri non ce l’abbiano o lui non abbia altre virtù, ma in quanto, tra le sue virtù è la più manifesta. L’importanza intrinseca del coraggio, visto come caratteristica propria di un individuo e non come strumento per uno scopo, è ben espressa da von Clausewitz:

il coraggio non è un atto dell’intelligenza: è un sentimento, come la paura. Questa tende alla conservazione fisica, quello alla conservazione morale: il coraggio è quindi un istinto più nobile. Ma precisamente perciò, non si può considerarlo come uno strumento privo di vita, che esercita i suoi effetti in modo esattamente preventivato; esso non è un semplice contrappeso al pericolo, atto a neutralizzarne gli effetti, bensì un fattore a sé stante.

E’ Diomede che sa dare il giusto consiglio in un momento particolarmente critico: i Troiani incalzano l’esercito acheo a ridosso delle navi, tutti i migliori tra cui Diomede stesso sono già stati feriti, Agamennone è arrivato addirittura al punto di proporre di mettere in mare le navi e di fuggire. Prima di esporre cosa gli sembra meglio, Diomede fa una lunga premessa per giustificare il fatto che, nonostante la sua giovane età, interviene in presenza di guerrieri più anziani: la sua stirpe non è certo oscura o vile, e per giunta il suo consiglio è buono. La sua proposta è di rientrare comunque in battaglia, senza però combattere, per non venire feriti di nuovo: anche Nestore aveva detto poco prima che «un ferito non deve combattere» (Il. XIV, 63). I capi feriti dovrebbero invece incoraggiare coloro che si tengono ancora lontani dalla battaglia a fare la loro parte.

Quando Diomede deve scegliere un compagno per la missione notturna di spionaggio al campo troiano, decide per Odisseo (Il. X, 243-247):

come potrei ignorare il divino Odisseo,
che è il migliore per cuore pronto e animo virile
in tutte le imprese, e lo ama Pallade Atena.
Se andassimo insieme anche dal fuoco ardente
torneremmo entrambi, poiché supera tutti per intelletto.

E’ evidente che Diomede non si riferisce qui all’astuzia di Odisseo, ma alla sua acuta intelligenza, unita al «cuore pronto» e all’«animo virile». Potremo capire meglio l’alta considerazione di cui Odisseo ha goduto in Omero e nell’epopea successiva, incomprensibile se si trattasse solo di uno scaltro individuo, come spesso è stato giudicato, considerando alcune osservazioni di von Clausewitz. Quest’ultimo mette in evidenza come la guerra sia il dominio dell’incerto e del caso, ragion per cui «le forze intellettuali debbono essere preponderanti… perciò è necessaria un’intelligenza molto penetrante, per giungere all’intuizione della verità mediante il frutto del proprio raziocinio»: in guerra, spesso le cose vanno in modo diverso dal previsto, ci si trova in circostanze tali da dover decidere rapidamente e con pochi elementi a disposizione la condotta migliore, sotto la pressione del pericolo, ed effettivamente «l’espediente efficace nel pericolo suppone soprattutto l’equilibrio dell’anima».

Odisseo, senza alcun dubbio, possiede in sommo grado quelle qualità che, secondo von Clausewitz, possono consentire all’uomo di

uscire vittorioso da questa lotta continua contro l’impreveduto… una intelligenza che, anche in mezzo alla oscurità intensa che la circonda, conservi una luce interna sufficiente a condurla al vero, ed il coraggio di seguire questa debole luce.

Queste considerazioni ci fanno capire meglio come mai Odisseo, pur non essendo il più forte, né il più valoroso degli Achei, sia indubbiamente considerato da Omero tra i migliori, ed anche come mai siano state destinate a lui le armi di Achille, invece che ad Aiace Telamonio: costui era sì il più forte degli eroi dopo il Pelide, ma non c’è motivo di aspettarsi che una scelta di tale importanza fosse fatta esclusivamente tenendo conto della forza fisica. E’ evidente che siano state prese in considerazione le complessive doti militari dell’individuo, e in queste Odisseo era senz’altro superiore ad Aiace.

Alla luce di quanto osservato da von Clausewitz possiamo quindi notare come il team Diomede-Odisseo rispecchi l’importanza evidentemente attribuita da Omero all’intelligenza unita al coraggio.