Reale, razionale e giusto in Omero

Un aspetto importante nella questione della giustizia è la determinazione del “diritto”. Non nel senso di una normativa legale, che in Omero ancora non è stabilita, ma nel senso del rapporto tra ciò che realmente accade e ciò che è giusto che accada. Osserviamo dunque che per Omero non tutto ciò che è reale è anche razionale; non è vero, come dice Adorno, che «Scilla e Cariddi hanno un diritto su tutto ciò che capita sotto le loro unghie, come Circe ha il diritto di trasformare chi non è immunizzato, o Polifemo di divorare i suoi ospiti».

Nel testo omerico questa conclusione non è mai suggerita; nel caso di Polifemo è anzi esplicitata l’empietà e l’ingiustizia del suo comportamento, Ermes interviene per proteggere Odisseo da Circe e, per quanto riguarda Scilla e Cariddi, esse sono potenze primordiali contro le quali l’uomo non può nulla, ma non si trova mai accenno al fatto che esse abbiano un “diritto” di agire così come agiscono, semplicemente lo fanno e basta. Non è un caso che i tre esempi sopra riportati abbiano tutti esiti differenti: Polifemo viene punito dall’uomo, per quanto le forze e l’opportunità glielo consentono, Circe viene sottomessa con l’aiuto degli Dei, mentre contro Scilla e Cariddi non c’è niente da fare. L’uomo omerico non sente la necessità di attribuire a tutto una razionalità che a volte proprio non esiste, poiché i suoi Dei non ne sono la causa, alla quale egli si senta obbligato a dare giustificazione: anche Scilla e Cariddi sono esseri immortali e gli Dei, così come non le hanno create, altrettanto non possono distruggerle. Ma ciò non vuol dire che esse abbiano il “diritto” di uccidere gli uomini, non più di quanto si possa dire che le tigri o i leoni abbiano il diritto di divorare la gente: la razionalità è una faccenda umana non applicabile al mondo degli elementi e della natura.

L’uomo omerico si tiene ugualmente distante dai due estremi che si potrebbero sintetizzare nelle affermazioni “non è giusto che accadano certe cose” e “certe cose accadono, quindi è giusto”. Infatti entrambe queste posizioni sono eccessive e rispondono unicamente alla necessità umana di dare sempre un senso agli avvenimenti più che all’effettiva realtà delle cose. Invece Omero sa che vi sono casi in cui semplicemente non c’è alcun senso, ed anche la vita di amici cari può venire stroncata dalla brutalità di esseri privi di ragione senza che ci sia dato evitarlo: anche questo, purtroppo, fa parte della vita umana.

Le vicende umane mostrano con grande evidenza che non sempre i buoni vengono premiati e i cattivi puniti, anche se a noi potrebbe sembrare giusto il contrario. Allora, poiché succede che i buoni non vivano sempre felici a lungo, e che i cattivi non sempre muoiano presto nel dolore, bisognerebbe per forza dedurre che o gli Dei sono ingiusti e concedono i loro favori anche ai malvagi, pur negandoli talvolta ai buoni, oppure non intervengono per premiare o per punire, se non saltuariamente e comunque in accordo con il destino. Omero opta per la seconda ipotesi: così facendo, con mente logica ed animo pio, non si trova costretto a dire che quando i buoni soffrono e i malvagi prosperano gli Dei sono ingiusti, o distratti, oppure che i buoni non sono poi quello che sembrano. Dal punto di vista morale le conseguenze di quest’ultima conclusione sarebbero estremamente gravi: essa minerebbe la fiducia di poter essere virtuosi anche nelle avversità ed eroderebbe quel senso di solidarietà umana di fronte alla sventura che invece il poeta non dimentica mai. Morte ed eventuali disgrazie fanno parte della vita umana ed il poeta non sente la necessità di ricondurre ogni avvenimento ad una volontà divina; quando il piccolo principe Eumeo viene rapito e venduto schiavo, deve questo drastico e irreversibile cambio di condizione alla decisione della sua balia fenicia, non a colpe proprie o dei genitori, nè al capriccio degli Dei. I fattore umano è un elemento ben presente nel mondo omerico.

Prendiamo in considerazione, per esempio, l’episodio della premiazione dei partecipanti alla gara dei carri durante i funerali di Patroclo. I concorrenti sono Eumelo, Diomede, Menelao, Antiloco e Merione: Eumelo viene presentato come favorito, ma Diomede, avendo pregato Atena, arriva primo poiché la Dea provoca la rovinosa caduta di Eumelo, che arriva ultimo. Achille assegna il primo premio a Diomede ma vorrebbe dare il secondo ad Eumelo, per compenso della sua ben conosciuta eccellenza, anche se sfortunata; tuttavia Antiloco, il secondo arrivato, si oppone, obiettando che Eumelo avrebbe dovuto pregare gli Dei e forse non sarebbe caduto. Così Achille, per non scontentare nessuno, decide di assegnare i premi nell’ordine stabilito in precedenza ma dona un “premio di consolazione” a parte per Eumelo.

Il significato di questo episodio, al quale il poeta dedica moltissimi versi, è chiaro: il senso di giustizia dell’uomo corregge il destino e perfino l’intervento degli Dei, che non vengono accettati passivamente con rassegnazione o peggio con la paura di non mettersi in conflitto con una potenza maggiore. Achille capisce che il destino ed Atena hanno voluto la sconfitta di Eumelo, ma non lascia che questo sia di ostacolo al suo personale senso di giustizia. Ciò significa che l’essere umano non è fatalmente tenuto ad accettare quello che accade, poiché non sempre “ciò che è reale” è anche “razionale”: se ne ha la possibilità deve seguire il proprio giudizio e provvedere a correggere ciò che non gli sembra giusto. Ed è proprio ciò che Achille fa, sia quando ne subisce lui stesso i danni sia quando è un altro ad essere colpito.

Il fatto che gli Dei omerici siano sottoposti anch’essi alla legge, alla Themis che regola secondo ragione l’ordine del cosmo, ed alla Moira che tutto sovrasta, ha visibilmente rappresentato il presupposto religioso al successivo svilupparsi nel pensiero greco di quei principi di democrazia e imperio della legge sull’arbitrio di cui il genere umano è debitore ai discendenti, se non altro spirituali, degli eroi omerici.

A tale proposito non mi pare condivisibile la tesi di William Guthrie che, considerando gli Dei omerici come trasposizioni divine dei signori micenei, sostiene che «nessuno metterebbe in dubbio il diritto di un Dio di comportarsi rispetto agli uomini come più gli aggrada», e prosegue più oltre: «in Omero il volere di un grande uomo è la sua legge. Egli non fa tanto le cose perché sono giuste, ma piuttosto, siccome è un aristocratico irresponsabile, le cose sono giuste perché lui le fa», estendendo questo principio di conseguenza anche agli Dei. Tuttavia questo in Omero non vale né per gli uomini né per gli Dei: è esplicito, per bocca di Odisseo, che il re deve essere irreprensibile (Od. XIX, 109) e “timorato di Dio” (Od, XIX, 109), deve difendere la giustizia (Od. XIX, 111) in modo che il regno sia prospero e felice. L’Iliade narra proprio delle conseguenze nefaste di un atteggiamento irrispettoso della giustizia, di Paride a monte e di Agamennone poi, e l’Odissea si conclude con la sanguinosa punizione di “aristocratici irresponsabili”: più di questo, per dare il messaggio chiaro e forte sulla necessità di attenersi alla giustizia, Omero non avrebbe potuto dire. La posizione sociale non costituisce mai una giustificazione moralmente valida per l’arbitrio; se neppure il sommo degli Dei ritiene opportuno agire sotto l’impulso del proprio capriccio, pur potendolo fare impunemente, a maggior ragione è chiaro che tale libertà non è lecita nel caso di esseri umani, siano pure semidei, aristocratici o re.