Il nemico in Omero

In quanto poema di guerra, nell’Iliade si parla naturalmente più volte dei nemici. Generalmente il termine usato per indicare i nemici è οἱ δήιοι (Il. IX, 76). Δήιος è originariamente un aggettivo e significa “distruttore, ostile, micidiale”, usato anche per indicare il dio della guerra, δήιος Ἅρης, e infatti è più frequente trovarlo come aggettivo, δήιος ἁνήρ (Il. VI, 481), da δαίω, “incendio, metto a fuoco”. Δηιοτής è sinonimo di πόλεμος e μάχη, nel senso di “distruzione”, mentre δειόω significa “uccido, faccio strage, devasto, saccheggio”.

Un altro modo per dire “nemici” è ἄνδρες δυσμενέες, “uomini avversi, ostili” (Il. X, 40, 100, 193, 221). I nemici sono θυμοραιστές, “rovinosi, distruggitori della vita” (Il. XVI, 591), come la morte, θάνατος θυμοραιστής (Il. XVI, 580).

Questi termini mettono l’accento sull’elemento distruttivo, sull’azione che generalmente il nemico compie ai nostri danni, non dice niente sul nemico stesso, sui nostri “sentimenti” nei suoi confronti, come invece il successivo ἐχθρός. In Omero ἐχθρός non indica il nemico in senso bellico, ma qualcosa o qualcuno di odioso; Achille, dicendo che esporrà francamente il suo pensiero, afferma (Il. IX, 312-313):

infatti mi è odioso come le porte dell’Ade
colui che una cosa tiene nascosta nel cuore, e un’altra dice,

utilizzando appunto il termine «ἐχθρός». Questa differenza non è stata adeguatamente sottolineata, come spesso è stato incredibilmente ignorato uno dei tratti più importanti dell’Iliade, vale a dire la sostanziale uguaglianza tra i contendenti. E’ vero che ai Troiani viene rimproverato il fatto di non essere mai sazi di lotta, «Troiani prepotenti, insaziabili di funesto tumulto» (Il. XIII, 621), e che essi vengono anche definiti (Il. XIII, 631-635)

… uomini tracotanti,
… il cui animo è sempre insolente, né possono
saziarsi di strage nella guerra uguale per tutti.

Nell’Iliade la città nemica assediata è ritenuta responsabile di una guerra sanguinosa, che ha tenuto gli assedianti lontani dalle proprie terre e dai propri cari già da molti anni, provocando numerosi lutti e i conseguenti desideri di vendetta. Questa responsabilità è riconosciuta anche dagli stessi Troiani i quali detestano Paride, che «era a tutti odioso come la nera Dea della morte» (Il. III, 454) precisamente per questo motivo. Come ammette anche Antenore (Il. VII, 351-352), uno degli anziani di Troia:

… ora combattiamo
mancando di fede ai patti giurati…

Più volte si ribadisce che la guerra terminerà con l’annientamento di uno dei due contendenti. Tuttavia, l’unica differenza che viene rilevata dal poeta non concerne i due popoli, ma il modo degli eserciti di schierarsi in battaglia. I Greci avanzano con disciplina (Il. III, 2, 8-9), mentre i Troiani confusamente con grida di guerra in lingue diverse (Il. IV, 429-438):

i Troiani da una parte venivano con schiamazzi e grida…
gli Achei dall’altra camminavano in silenzio spirando coraggio,
desiderando nell’animo di difendersi l’un l’altro.

Lo schieramento acheo è più compatto, mentre quello troiano, rafforzato dalla presenza di numerosi alleati, si presenta più eterogeneo e scomposto: ma le differenze si fermano qui. Giustamente Jacqueline de Romilly osserva che

non c’è da stupirsi del fatto che gli uomini, nell’epica greca, non siano mai presentati come appartenenti a civiltà diverse… Nell’Iliade non vi è assolutamente alcuna differenza tra Troiani e Achei… Lo stesso Zeus si interessa sia agli uni che agli altri in una visione che non ha riscontri nei popoli antichi… Omero non concepisce neanche per un istante che il nemico possa essere diverso.

Anzi, l’Iliade costituisce un caso raro, se non unico, quando ci mostra i nemici non solo sui campi di battaglia, quindi nel loro aspetto ostile di “distruggitori della vita”, ma anche nei loro affetti domestici, attraverso i sentimenti che suscitano nelle persone che li amano: così il poeta ci mostra l’anziana madre che si affretta ad offrire al figlio tornato dalla battaglia una coppa di vino (Il. VI, 258-262), la sposa premurosa che prepara il bagno, senza sapere ancora che non servirà più a suo marito (Il. XXII, 443-445), il figlio bambino per il quale il padre formula voti col presentimento che non lo vedrà diventare adulto (Il. VI, 474-481), e si potrebbe continuare.

Soprattutto Ettore, il baluardo dei nemici, è descritto, oltre che naturalmente nella sua veste di temibile ma leale avversario, anche come genero premuroso della straniera Elena, causa di tante sofferenze, come figlio amato di genitori ormai vecchi, come affettuoso marito e padre, come uomo pio e caro agli stessi Dei.

L’opposizione tra Achille ed Ettore è solo fattuale, non ideale. Alla fine Achille porrà lui stesso il corpo di Ettore sul letto funebre, non perché abbia riposto la sua rabbia e il suo dolore per la morte di Patroclo, come dimostrano lo scatto iroso verso il re troiano, ed anche la motivazione fornita alla premura di evitare che Priamo veda i preparativi della restituzione del corpo: alla vista del figlio morto potrebbe ridestarsi nel padre una naturale manifestazione di collera verso l’uccisore, alla quale Achille teme di rispondere con altrettanta, ma più letale violenza. Quella di Achille non è una melensa pietà che faccia seguito ad un forzato ed innaturale perdono: è un puro e semplice atto di umanità, stimolato dalla consapevolezza che uno stesso dolore accomuna gli uni e gli altri, ed espressione di grande civiltà e nobiltà d’animo, senza retoriche.