Gli Dei e la giustizia

In Omero gli Dei, pur non intervenendo in ogni singolo caso, non sono tuttavia insensibili di fronte alle ingiustizie: l’Iliade si apre proprio con due esempi di ingiustizie subite, e punite da una diretta intromissione divina. Esplicitamente Omero rileva come l’arroganza di Agamennone sia causa, in rapida successione, degli interventi prima di Apollo in difesa di Crise, e poi di Zeus a sostegno delle ragioni di Achille. In quest’ultimo caso, soprattutto, Achille potrebbe anche farsi giustizia da solo, ma preferisce astenersi dalla violenza e confidare nella parola degli Dei, che lo esortano alla pazienza: è evidente che il poeta insiste su questo aspetto, spesso mettendo in risalto le conseguenze nefaste della tracotanza degli uomini.

L’Odissea si chiude con la partecipazione di Atena al massacro dei proci; Omero evidenzia quanto sia patetica l’arroganza con la quale uno di loro apostrofa la Dea, presente sotto le sembianze di Mentore, minacciando di morte e ritorsioni colei che egli ignora essere una Dea immortale.

Omero non è dogmaticamente ossessionato dal dover dimostrare l’intervento degli Dei e non si affanna a cercare prove della punizione divina nelle vite dei mortali, tuttavia afferma chiaramente che gli Dei amano la giustizia (Od. XIV, 83-84):

gli Dei beati non amano le azioni malvagie,
ma hanno care la giustizia e le buone azioni degli uomini,

e Zeus si adira con coloro che «con violenza in assemblea decidono leggi ingiuste, e disprezzano la giustizia, non curando lo sguardo degli Dei» (Il. XVI, 387-388). Questi versi indicano come per il poeta gli Dei, e Zeus in particolare, siano custodi della giustizia.

Quando Achille vuole fare un solenne giuramento ad Agamennone, giura sullo scettro dicendo che lo tengono in mano i «garanti della giustizia, che custodiscono le leggi di Zeus» (Il. I, 238-239): quindi, anche in assenza di leggi scritte, è comunque evidente che anche per gli Achei esistono norme vincolanti e che esse vengono fatte esplicitamente risalire a Zeus stesso.

I giuramenti sono sotto la tutela degli Dei (Il. XIX, 258-260):

nomino dunque per primo Zeus, eccelso e supremo tra gli Dei,
la Terra e il Sole, e le Erinni, che sotto la terra
puniscono gli uomini, che abbiano pronunciato falsi giuramenti.

Infatti lo spergiuro viene accuratamente evitato: quando nella gara dei carri per i funerali di Patroclo Antiloco sopravanza Menelao con una mossa sleale e pericolosa, l’Atride gli ingiunge di giurare in nome di Poseidone di non averlo distaccato con la frode (Il. XXIII, 580-585) ed Antiloco cede «per non essere empio dinanzi agli Dei» (Il. XXIII, 595).

Anche i «nemici ostili» (Od. XIV, 85) in cuor loro temono il castigo divino, letteralmente “l’occhio vigile” (Od. XIV, 88) e perfino i più potenti sovrani, se sono saggi, si astengono dal commettere o lasciar commettere ingiustizie (Od. XIV, 283-284):

… temeva l’ira di Zeus ospitale,
che molto si sdegna per le azioni malvagie.

In un’occasione il padre degli uomini e degli Dei manifesta la sua simpatia per il popolo degli Abii, i più giusti fra gli uomini (Il. XIII, 6), e più volte nel corso dell’Iliade viene espressa da parte degli Achei, e soprattutto di Menelao, la convinzione che Zeus non potrà consentire la vittoria dei Troiani, sleali violatori dei patti (Il. IV, 235-236; XIII, 631-635; XIII, 624-625):

infatti il padre Zeus non sarà favorevole agli spergiuri,
ma certamente essi per primi arrecarono danno contro i patti.

Talvolta gli Dei cercano di dare buoni consigli agli uomini per impedire loro di commettere azioni ingiuste. Zeus ricorda come avessero mandato il Dio Ermes a dissuadere Egisto dall’uccidere Agamennone (Od. I, 42-43):

… ma non persuase l’animo di Egisto,
pur dandogli buoni consigli: ed ora ha pagato tutto,

al che Atena commenta (Od. I, 46-47):

quello davvero giace in una morte ben meritata,
e così muoia chiunque altro agisce in tal modo.

Da questo scambio di battute è evidente che gli Dei, non solo sono interessati alla giustizia, ma si prodigano per far sì che gli uomini la rispettino. Tuttavia l’essere umano è libero in ultima istanza di decidere se seguire il consiglio divino oppure no: a quel punto potrebbero non essere gli Dei stessi a punirlo direttamente, ma il colpevole subirà comunque le conseguenze dei propri atti.

Atena ascolta «sdegnata» (Od. I, 252) da Telemaco il racconto dei soprusi dei pretendenti e lo incoraggia a contrastarli. Poco dopo il figlio di Odisseo sia privatamente sia in assemblea consiglierà loro di desistere dall’ingiustizia (Od. II, 66-69):

… abbiate timore dell’ira degli Dei,
che non la rivolgano contro di voi adirati per le azioni malvagie.
Io prego Zeus Olimpio e Themis,
che scioglie e convoca le assemblee degli uomini,

e termina il suo discorso dicendo (Od. I, 378-380; II, 143-145)

… io invocherò gli Dei eterni,
se mai Zeus conceda che vi sia una ricompensa alle vostre azioni:
allora invendicati morireste nella casa,

al che subito Zeus manda un segno favorevole (Od. II, 146-147):

così disse Telemaco, e due aquile Zeus altitonante
gli inviò in volo dall’alto dalla vetta del monte.

Queste sono solo alcune delle citazioni dalle quali possiamo concludere che senza dubbio Omero fosse convinto che gli Dei amano e difendono la giustizia. L’eroe omerico però è un uomo d’azione e non si attende passivamente un aiuto divino che prescinda da un proprio impegno nell’ottenere ciò che gli spetta; Telemaco si appella agli Dei, ed essi gli sono favorevoli, ma poi è perfettamente consapevole dalla necessità di darsi da fare lui stesso. Come gli dice Atena «tu stesso devi occupartene, e tieni conto delle mie parole» (Od. I, 305).