“Essere” o… “esser detto”

E’ stata spesso messa in risalto la grande importanza attribuita dagli eroi omerici alla gloria, ed alla fama che di tale gloria è il riconoscimento. Da questo punto di vista è naturalmente importante ciò che amici e nemici “diranno”. Quando l’esercito acheo volge in rotta incalzato dai Troiani (Il. VIII), Nestore suggerisce a Diomede di ritirarsi dicendo, tra l’altro, «non capisci che non ti viene aiuto da Zeus?»:

A lui dunque rispose Diomede valente nel grido di guerra:
Sì, vecchio, tutto quello che hai detto è giusto;
ma un terribile dolore mi prende l’animo e il cuore,
che Ettore parlando ai Troiani un giorno possa dire:
“il figlio di Tideo fuggendo davanti a me cercò rifugio alle navi”.
Così un giorno potrebbe vantarsi: e allora mi si spalanchi la vasta terra.
A lui dunque rispose Nestore, il cavaliere Gerenio:
Figlio del valoroso Tideo, cosa hai detto!
se anche Ettore dicesse che sei codardo e debole,
non gli crederebbero i Troiani e i Dardani
né le mogli dei valorosi Troiani armati di scudo,
alle quali hai gettato nella polvere i fiorenti sposi.

Dai versi citati (Il. VIII, 145-156) possiamo trarre alcune considerazioni: 1) il primo pensiero di Diomede non è per la propria incolumità, ma per il proprio buon nome, 2) Ettore potrebbe cercare di infangare il suddetto buon nome, 3) i Troiani e le Troiane non gli crederebbero. L’ultimo punto è interessante perché indica come la fama di un uomo sia il risultato non di parole, bensì di fatti concreti; nel giudicare Diomede i Troiani non crederebbero alle parole di Ettore, che pure è il loro miglior guerriero, ma alle azioni compiute dallo stesso Diomede, i cui effetti sono ben chiari ai loro occhi.

Invece, secondo Eva Cantarella,

in Omero – se appena vi si pone attenzione – un uomo non “è” un eroe, “è detto” tale. Una donna non “è” virtuosa, “è detta” tale, così come “è detta” bella o fedele: “esser detti” equivale ad essere. Quel che conta è la fama: le virtù, in sé, le azioni lodevoli, se sconosciute, non hanno importanza, si potrebbe dire che non hanno esistenza… Quel che conta è che di una persona si parli, che le sue gesta siano note, le sue virtù riconosciute. In mancanza, ogni eroismo è inutile, la virtù non ha valore: semplicemente non esiste. Se di Penelope non si dice che è fedele, a nulla vale resistere ai proci. Se di Achille non si dice che è il più forte, egli non è tale.

In realtà, in nessun passo di Omero si può percepire la convinzione che l’eroismo sia inutile: semplicemente non ci si pone questo problema. A tutti fa piacere che si parli delle proprie gesta, ma possiamo anche affermare che in una società come quella omerica, le gesta parlano da sole. Non è contemplata l’ipotesi che si possa parlare diversamente da come i fatti si mostrano: Penelope non resiste ai pretendenti perché si possa dire di lei che è fedele, bensì si può dire di lei che è fedele in quanto resiste ai pretendenti, così come sarebbe ben difficile negare ad Achille il riconoscimento della sua forza. Ma se anche non si parlasse della forza di Achille o della fedeltà di Penelope – e sarebbe ben strano – non cesserebbero certo di esistere: pensare questo è la nefasta conseguenza del leggere sempre tutto attraverso il filtro della finzione letteraria, che si è arrogata immeritatamente il diritto di deformare la realtà a suo piacimento. Ma questo processo non è ancora avvenuto in Omero: “essere” ed “esser detti” è una separazione successiva e non risulta dai poemi omerici che si possa verificare il caso in cui qualcuno “sia detto essere”, ma in realtà “non sia”. La fama è veritiera.

Non c’è motivo di dedurre con tanta sicurezza che per Omero “esser detti” equivalga ad “essere” nel senso, cioè, che se non “si è detti” non “si è”. Si potrebbe invece pensare che ci sia una corrispondenza dei due termini in un altro senso: il modo di vedere e di giudicare avvenimenti e persone nei poemi è essenzialmente oggettivo, si basa cioè sull’osservazione di ciò che accade, non sull’indagine delle intenzioni, come abbiamo visto nel caso di Diomede e di Ettore. Il poeta non sonda nell’animo dei protagonisti, pretendendo di conoscerli meglio di loro stessi ma, più realisticamente, descrive le loro azioni e le loro parole, e del loro intimo trapela solo ciò che emerge dalle loro azioni e dalle loro parole: queste, in quanto pubbliche e note, effettivamente “sono dette”.

Oltre al fatto che non è contemplato dal poeta che quel che “è detto” non “sia”, non dimentichiamo che quella omerica è una società in cui vale la realtà dei fatti: anche se fosse stato possibile che qualcuno venisse detto un eroe senza esserlo effettivamente, il bluff, diciamo così, si sarebbe visto subito e, d’altra parte, misconoscere il valore di un eroe, come dimostra il caso di Agamennone e di Achille, può essere estremamente increscioso.

Nel testo non esiste il minimo indizio che ci porti a ritenere che se una virtù non viene conosciuta non ha importanza. Omero parla di fatti noti (oppure ce li rende noti appunto parlandocene), non si pone questo problema: è una deduzione indebita, influenzata dalla mentalità moderna. Ciò che invece possiamo dedurre dal testo omerico è che la virtù è apprezzabile, degna di essere cantata dai poeti ed in tal modo offerta alla riflessione ed all’emulazione dei posteri.