Eroismo ed invulnerabilità

Quando si sente parlare di Achille è quasi inevitabile udire un riferimento alla presunta invulnerabilità dell’eroe, sulla base della famosa leggenda che narra come la madre Teti per renderlo invulnerabile lo avesse immerso nelle acque del fiume Stige tenendolo per il tallone, che appunto sarebbe rimasta l’unica parte vulnerabile del suo corpo.

Le leggende che narrano gli episodi non omerici della guerra di Troia, come appunto quella citata, o quella che racconta di Achille che viene nascosto dalla madre tra le figlie del re di Sciro travestito da donna per evitare l’arruolamento, sarebbero parse completamente assurde ad Omero. Nell’Iliade si ricorda come Achille si trovasse nel palazzo di suo padre Peleo al momento dell’arrivo degli Achei e come egli, pur molto giovane, fosse partito volontariamente per la guerra; non sarebbe stato obbligato a farlo e potrebbe in ogni momento decidere di tornarsene a Ftia.

Non avrebbe senso la particolare cura posta da Teti nel richiedere le nuove armi per il figlio nientemeno che ad Efesto, se l’unica parte vulnerabile del corpo di Achille fosse stata il tallone, parte non coperta dall’armatura. E la stessa Teti non avrebbe raccomandato al figlio di attendere le nuove armi, in tal caso effettivamente inutili, prima di rientrare in battaglia. In nessun punto del poema si trova un rimando al fatto che Achille non debba temere ferite mortali in altre parti del corpo; anzi, quando Enea gli colpisce lo scudo con la lancia, anche Achille ha un attimo di timore, pensando che il colpo possa trapassare lo scudo (Il. XX, 261), incomprensibile se l’eroe avesse saputo di essere invulnerabile.

Non è affatto casuale che Omero non accenni minimamente a questo aspetto. Non si tratta solo di una decisa avversione per pratiche di carattere “magico” – che pure esiste in Omero – quanto piuttosto di un’incompatibilità congenita tra eroismo ed invulnerabilità. Questo è infatti il motivo per cui gli Dei ammirano negli uomini una virtù della quale non possono fregiarsi poiché, pur non essendo propriamente invulnerabili, per lo meno sono immortali: il coraggio è una virtù prettamente umana, in quanto implica il rischio estremo di poter perdere la vita e la consapevolezza di correre tale rischio. E’ estremamente significativo il fatto che Achille possa dire «nulla per me vale quanto la vita…» (Il. IX, 401), e al contempo preferire ad essa la gloria: la scelta morale prevale sul calcolo puramente utilitaristico. Inoltre, possiamo notare come sia parte della grandezza e nobiltà degli Dei omerici il fatto che essi apprezzino in sommo grado una qualità che sanno di non poter possedere.

Gli eroi di Omero non sono supereroi; il moderno supereroe può anche essere simpatico, lottare per il genere umano (un po’ come Eracle), ma ha sempre un aspetto che lo rende non prettamente umano, o perché viene da un altro pianeta, come Superman, o perché ha assunto poteri eccezionali – preclusi agli altri uomini – in un modo speciale. Così però sottende un’intrinseca debolezza, in quanto implica che, in assenza del caso fortuito che gli consente di assumere tali superpoteri, egli come uomo non sarebbe stato in grado di agire “eroicamente”.
Invece, l’eroe omerico non ha superpoteri, anche quando è figlio di una divinità. Come abbiamo visto, neanche Achille è, da questo punto di vista, superumano: certamente è il più forte, ma in un modo totalmente umano, e il suo essere speciale ha più a che fare con il suo essere fisicamente e moralmente tagliato per eccellere in guerra. Inoltre egli, a differenza degli altri eroi, conosce il proprio destino e lo accetta con virile fermezza: effettivamente non è da tutti agire “comme il faut” anche quando si è consci del fatto che ciò avrà esiti letali. Ancora più importante, è Achille ad esprimere più nettamente di ogni altro un personale anelito di giustizia (vedi Achille. Autocontrollo e Giustizia).

Indubbiamente Achille non sarebbe Achille senza la forza fisica e, come fa notare Agamennone (Il. I, 178),

se sei molto forte, un dio forse te lo ha concesso.

Ma è altrettanto chiaro in Omero che le doti dell’animo non sono doni divini, bensì merito esclusivo del singolo individuo: così Peleo, nell’accomiatare il figlio in partenza per la guerra, gli dice (Il, IX, 254-256)

 figlio mio, la forza Atena ed Era
la concederanno, se vorranno; ma tu il magnanimo cuore
tieni a freno nel petto; infatti la benevolenza è più virtuosa.

Inoltre, in Omero la forza fisica è spesso riflesso di una forza morale: Atena ed Era non darebbero forza ad Achille se egli non fosse degno moralmente e fisicamente di riceverla. Il debole imbelle e vile non riceve mai forza dagli Dei: l’aiuto divino non è conseguenza di un capriccio, ma scaturisce da un’affinità spirituale tra la divinità in questione e l’uomo che da essa riceve appoggio. Non è da escludersi che i sostenitori dell’invulnerabilità di Achille in qualche modo siano stati tratti in inganno da un possibile equivoco: egli è certamente in una categoria a parte, sotto ogni aspetto, al punto da rappresentare più un ideale che un uomo reale, se non che la vita di personaggi storicamente documentati ridimensiona in parte questa immagine. Quando leggiamo delle imprese di Alessandro, di Napoleone o – meglio ancora – del generale Lasalle, o di Jünger (solo per fare alcuni esempi, ma l’elenco potrebbe essere molto più lungo), vediamo che essi rappresentano in fondo un tipo umano che Achille ha incarnato in modo, appunto, mitico.

Giustamente Pericle, nel discorso riportato da Tucidide in lode dei caduti ateniesi (Guerra del Peloponneso, II, 35), osserva che quando si esaltano le gesta di uomini valorosi

l’ascoltatore informato e ben disposto tende a considerare l’esposizione inferiore alle sue aspettative e conoscenze, mentre chi non è al corrente propende ad avvertirvi un tono esagerato. Lo morde l’invidia, se ode di gesta che superano la sua natura. Le parole proclamate in plauso d’altri paiono tollerabili fino al punto in cui ciascuno si sente in grado di operare lui stesso le azioni lodate: oltre, s’avventa l’invidia e non si presta più fede.

Che Achille sia un uomo d’eccezione è evidente in Omero; ma il poeta non ne fa un essere in qualche modo estraneo all’umanità. Anche qui traspare il grande rispetto che Omero riconosce al genere umano: l’eroe più grande non ha bisogno di superpoteri, non deve nemmeno essere “perfetto” in ogni momento della propria vita o in ogni aspetto del carattere. Ma certamente non può essere un uomo mediocre, e neanche l’uomo medio; dopo tutto gli uomini eccezionali esistono anche nella realtà.