Gli Dei e la giustizia 2

E’ stato spesso notato il fatto che gli Dei di Omero non agiscano da “giustizieri” per punire le cattive azioni. Forse essi non intervengono in ogni singolo caso, ma semplicemente non corrisponde al vero affermare che non si curino della giustizia: l’Iliade si apre proprio con due esempi di ingiustizie subite, e punite da una diretta intromissione divina. Esplicitamente Omero rileva come l’arroganza di Agamennone sia causa, in rapida successione, degli interventi prima di Apollo in difesa di Crise, e poi di Zeus, a sostegno delle ragioni di Achille. In quest’ultimo caso, soprattutto, Achille potrebbe anche farsi giustizia da solo, ma preferisce astenersi dalla violenza e confidare nella parola degli Dei che lo esortano alla pazienza: è evidente che il poeta insiste su questo aspetto, spesso mettendo in risalto le conseguenze nefaste della tracotanza degli uomini.

Omero non è dogmaticamente ossessionato dal dover dimostrare l’intervento degli Dei e non si affanna a cercare prove della punizione divina nelle vite dei mortali, tuttavia afferma chiaramente che gli Dei amano la giustizia (Od. XIV, 83-84):

gli Dei beati non amano le azioni malvagie,
ma hanno care la giustizia e le buone azioni degli uomini.

Zeus si adira (Il. XVI, 387-388) con coloro che

con violenza in assemblea decidono leggi ingiuste,
e disprezzano la giustizia, non curando lo sguardo degli Dei.

Nel momento di stipulare una tregua solenne prima del duello tra Paride e Menelao, Agamennone si appella agli Dei (Il. III, 276-80):

Zeus padre, signore dell’Ida, sommamente glorioso e grande,
Sole che tutto sorvegli e tutto ascolti,
fiumi e terra, e voi che nell’Ade gli uomini
defunti punite, quelli che abbiano giurato il falso,
siate a noi testimoni, e sorvegliate i patti solenni.

Sul punto di scagliare la propria lancia contro Paride, Menelao si rivolge a Zeus (Il. III, 351-54):

Zeus signore, fa’ che possa vendicarmi di chi per primo mi ha fatto del male,
il divino Alessandro, e abbattilo sotto le mie mani,
in modo che anche tra gli uomini a venire si abbia orrore
di fare del male all’ospite, che concede amicizia.

L’eroe acheo è fiducioso del fatto che Zeus “ospitale” un giorno distruggerà la città colpevole di aver violato le sacre regole dell’ospitalità (Il. XIII, 624-625).

Anche dopo il duello e il ferimento di Menelao resta ferma la fede degli Achei nel fatto che Zeus e gli altri Dei non lasceranno impunita l’ingiustizia. E in fondo alla fine Troia cadrà, ma gli uomini dovranno faticare per avere soddisfazione: Zeus non metterà i nemici nelle loro mani, dovranno andarseli a prendere, ed anche in ciò traspare il superiore senso di giustizia degli Dei omerici, che non provano un meschino compiacimento nella sconfitta degli uomini, e soprattutto del Dio supremo che, appunto in quanto tale, è super partes.

Telemaco in assemblea consiglierà ai proci di desistere dall’ingiustizia con queste parole (Od. II, 66-69):

… abbiate timore dell’ira degli Dei,
che non la rivolgano contro di voi adirati per le azioni malvagie.
Io prego Zeus Olimpio e Themis,
che scioglie e convoca le assemblee degli uomini.

Odisseo, quando crede erroneamente di essere stato sbarcato dai Feaci sull’isola sbagliata (Od. XIII, 213-214), esclama adirato:

che Zeus protettore dei supplici li punisca, egli che anche gli altri
uomini osserva e punisce, se qualcuno si rende colpevole.

Rievocando il tempo della presa di Troia, Nestore dice a Telemaco (Od. III, 132-134):

e allora Zeus escogitò nell’animo un triste ritorno
agli Argivi, poiché non tutti erano stati assennati e giusti:
perciò molti di essi subirono una sorte funesta.

Per concludere questo breve accenno alla giustizia divina in Omero, possiamo osservare un ulteriore esempio della grandezza morale dell’antico poeta: dopo l’eccidio dei pretendenti (Od. XXIV, 351-2) il vecchio Laerte dirà

Zeus padre, certo ancora esistete voi Dei sull’alto Olimpo,
se realmente i pretendenti scontarono la loro scellerata prepotenza,

ma quando la nutrice Euriclea sta per esultare sui cadaveri (Od. XXII, 411-416), Odisseo la ferma dicendole

nell’animo, vecchia, rallegrati e trattieniti dal gridare di gioia;
è empio esultare su uomini uccisi.
Costoro li ha abbattuti la Moira degli Dei e le cattive azioni:
infatti non onoravano nessuno degli uomini che vivono sulla terra,
né misero né illustre, che fosse arrivato presso di loro;
e così per le loro scelleratezze hanno subito una morte indegna.

Qui non siamo sui campi di battaglia, dove è accettabile per i combattenti vantarsi sui corpi dei nemici uccisi; all’interno della propria società, in tempo di pace, l’uomo omerico rifugge dalla guerra civile e, una volta restaurata la giustizia, si volge subito alla moderazione.