Zeus e il potere

Ogni essere individuale mira al proprio utile e sarebbe ingenuo aspettarsi il contrario. Di ciò Omero è consapevole e non si aspetta qualcosa di diverso, né dagli uomini né dagli Dei. Tuttavia, il detentore della sovranità, quella divina in primo luogo, non può agire come un semplice privato. Il potere di Zeus è legittimo proprio per il suo ruolo di tutela dell’ordinamento del mondo, a prescindere dall’interesse individuale. I sovrani cosmici precedenti non si curavano di trascendere il proprio utile, al punto di trasformarsi in nemici dei loro stessi figli; con Zeus invece, il corretto e legittimo esercizio del potere si individua nella capacità di mediare e conciliare le sfere particolari di ogni divinità, non sulla base di un arbitrio che sarebbe ugualmente tirannico, ma sulla base di una legge a lui stesso esterna.

Da questo punto di vista i primi matrimoni mitici di Zeus sono illuminanti; infatti, attraverso le relazioni di parentela – genitori, fratelli, matrimoni e prole – il mito illustra i collegamenti profondi tra i diversi aspetti del reale. Come prima moglie del sovrano degli Dei quindi si ricorda Metis, l’intelligenza astuta, di cui il detentore dalla sovranità ha bisogno per prevenire le eventuali minacce all’ordine cosmico che egli tutela; Metis viene inghiottita da Zeus, dal momento che la saggezza deve essere parte costituente del potere. In seconde nozze Zeus sposa Themis, la Dea del saggio consiglio ed interprete delle leggi fondanti dell’ordine cosmico; questa Dea siede sempre accanto a Zeus per consigliarlo, ma ne resta indipendente, poiché il fondamento della legge deve essere esterno al detentore della sovranità. Themis genera le Moire – custodi del destino e del limite di ogni cosa – e le Hore – che a loro volta presiedono ai ritmi delle stagioni e alle assemblee, indicando come ordine cosmico, naturale e politico siano in origine strettamente collegati.

Sarebbe altrettanto ingenuo aspettarsi che l’autorità suprema possa prescindere dall’uso della forza, poiché un potere senza forza effettiva è inutile ad assicurare il rispetto della legge e quindi il benessere di tutti. Tuttavia, con mirabile sottigliezza Omero ci suggerisce che Zeus – pur essendo «ἐρισθενής» (fortissimo, potentissimo) – non è in assoluto il più forte: il fatto è che spesso forza e violenza vanno di pari passo e il poeta non auspica un potere cui sia connaturata la violenza. Questo è il senso del racconto di Achille alla madre, quando le ricorda come lei sola fra gli Dei avesse in passato aiutato Zeus, chiamando Briareo dalle cento braccia a difendere il Cronide dalla ribellione di Era, Poseidone ed Atena. Il poeta fa notare (Il. I, 404-5) a proposito di Briareo che

… la sua forza è superiore a quella del padre,
ed egli dunque sedette accanto al Cronide fiero della sua gloria.

Al suo apparire a fianco di Zeus, gli altri Dei avevano desistito dal loro sedizioso proposito. E’ qui evidente che la “forza bruta” simboleggiata dalle cento braccia di Briareo deve essere di supporto a Zeus, ma non deve appartenere a lui stesso: una specie di “divisione dei poteri” ante litteram.

Il potere di Zeus è legittimo sotto molteplici aspetti. Egli è figlio di Crono, nipote di Urano, quindi inscritto nella successione dinastica legittima; la sua autorità è sanzionata da Gaia, Dea primordiale madre dell’universo, detentrice della sapienza originaria e conoscitrice dei decreti del destino; la sua azione violenta contro il sovrano precedente è giustificata dal fatto che, mentre Crono impone un dominio senza legge, in cui non vengono tutelate né le prerogative (timai) né l’esistenza stessa degli altri Dei, nel nuovo ordine di Zeus si instaura una forma di sovranità rispettosa delle autonomie e dei ruoli degli altri Dei, sia di quelli Olimpici che con lui hanno vinto, sia degli Dei precedenti che sono risultati sconfitti. Zeus garantisce l’unità del cosmo nel rispetto della molteplicità e in ciò mostra la propria superiorità sia in campo religioso che politico.

Non che Zeus non abbia le sue preferenze: Atena è decisamente la sua favorita, mentre Ares non gli piace affatto. Ma queste preferenze sono, per così dire, espressioni di una naturale affinità, non interferiscono con la gestione del potere, che non può mai prescindere dal rispetto della legge e delle prerogative di ciascuno. Per questo motivo Zeus relega nel Tartaro le potenze primordiali che lo hanno apertamente sfidato e combatte costantemente le forze che potrebbero essere di turbamento all’ordine cosmico, ma riconosce alle altre divinità – anche a quelle più estranee al civile consesso degli Dei olimpici – il loro posto nel mondo: anche ciò che non ci piace può avere infatti la sua ragion d’essere. Nell’esercizio delle sue funzioni il Cronide è imparziale.

Zeus in Omero proferisce talvolta minacce contro gli altri Dei per costringerli a rispettare il suo volere, ma non perché sia un despota autoritario ed arbitrario: egli sa di essere il garante dell’ordine cosmico, costantemente turbato dalla tendenza che le parti hanno di prevalere le une sulle altre. Pertanto il Cronide vigila affinché i singoli Dei non possano oltrepassare i propri limiti, ben sapendo che talvolta l’uso della forza si rivela necessario per imporsi sulle entità individuali e costringerle a rispettare le sfere altrui, moderazione spesso ardua anche per i più ragionevoli. Tuttavia le intimidazioni contro gli altri Dei non vengono poi in realtà mai attuate, anche se opportunamente il Cronide ne ricorda precedenti applicazioni (Il. XV, 18-20): a volte si minaccia per non essere costretti a venire a vie di fatto, tuttavia chi ascolta deve anche sapere che tali minacce possano venire attuate. Nessuna autorità può essere tale se non è disposta ad usare nei casi opportuni anche la coercizione, di cui la minaccia costituisce un primo incruento avvertimento.

Bisogna osservare che Omero non cerca affatto di condizionare i propri ascoltatori a dare sempre e comunque ragione a Zeus: possiamo infatti anche simpatizzare liberamente con Era o con Poseidone quando si lamentano per la brutalità del fratello maggiore e marito, e non ci sentiamo intimiditi e costretti a giustificare Zeus se questo non è ciò che pensiamo. Quando Menelao (Il. III, 365), deluso per non aver ricevuto aiuto da Zeus, esclama adirato «Zeus padre, nessun altro Dio è più funesto di te», esprime liberamente il proprio disappunto.

All’inizio del libro VIII dell’Iliade Zeus convoca l’assemblea degli Dei per accertarsi che nessun Dio o Dea interferisca con il suo obiettivo di assicurare la vittoria per quel giorno ad Ettore, ottemperando così alla promessa fatta a Teti di rendere onore ad Achille. Zeus inizia il suo discorso ingiungendo con molta fermezza agli altri Dei di ubbidire alle sue decisioni, minacciando ritorsioni per i trasgressori; può sembrare sgradevole, ma dobbiamo anche considerare che egli sa bene di avere a che fare con forti individualità, spesso antagoniste e in quel preciso caso decisamente avverse al suo progetto. Il Dio supremo deve dimostrare agli altri Dei la sua irrevocabile decisione, a scanso di equivoci; tuttavia, un discorso cominciato con una minaccia termina in un compromesso e con la rassicurazione che gli Dei sostenitori degli Achei potranno comunque aiutare i loro protetti con consigli che possano almeno contenere le perdite. Zeus ha un obiettivo da raggiungere, e tanto gli basta, non desidera dimostrare la propria potenza, che non è in discussione, né distruggere l’esercito acheo, verso il quale spesso ha accenti di compassione e simpatia, come nei confronti di quello troiano: quando Agamennone prega per la salvezza dell’esercito (Il. VIII, 245-246),

… il padre ebbe compassione di lui che versava lacrime,
acconsentì col capo che l’esercito si salvasse e che non fosse annientato

ed anche in un’altra occasione il poeta ci descrive come, di fronte alla sofferenza degli uomini, «vedendoli piangere ebbe pietà di loro il Cronide» (Il. XIX, 340). Infatti, a differenza degli altri Dei, Zeus si prende cura di entrambi gli eserciti. Nel momento in cui decide di concedere la vittoria ai Troiani, non abbandona del tutto gli Achei (Il. XV, 234-5):

quindi io stesso deciderò azioni e parole,
affinché di nuovo gli Achei possano riaversi dalle fatiche.

Anche in questo caso non si può non apprezzare la maestà di questo Dio, che veramente è «Signore degli Dei e degli uomini», «il più eccelso dei sovrani», «padre degli uomini e degli Dei», «gloriosissimo, grandissimo».