Achille, gli amici e i nemici

Uno dei temi centrali dell’Iliade, come di molti altri poemi epici, è quello dell’amicizia virile, in particolare di quella che lega Achille al suo scudiero Patroclo.

Bisogna riconoscere, per comprendere meglio questo legame, che il figlio di Menezio è stato spesso ingiustamente sottovalutato. Non a caso il poeta ricorda per bocca di Nestore la maggiore età di Patroclo nei confronti di Achille, e il fatto che al momento della partenza per la guerra fosse affidato a lui l’incarico di rivolgere al momento opportuno «parole assennate», al più impulsivo Pelide (Il. XI, 785-789): Patroclo appare quindi più riflessivo del suo compagno.

Si deve notare anche che Omero non mostra affatto Patroclo come l’ombra anonima di Achille, come poi è stato ingiustamente considerato. Egli non approva il comportamento dell’amico e riesce a convincerlo a consentirgli di guidare i Mirmidoni in battaglia al suo posto. Indossa con facilità le armi di Achille, con la sola eccezione del frassino del Pelio (Il. XVI, 130-144), indicando una struttura fisica, anche se non una forza, sostanzialmente equivalente, mentre lo stesso non accade per Ettore, al quale le medesime armi devono essere adattate sul corpo da Zeus in persona (Il. XVII, 209-210). E’ sul cadavere di Patroclo, poi, che si scatena la mischia più furiosa di tutto il poema, quando nessuno degli Achei può accettare di abbandonarlo al ludibrio dei nemici.

Achille accetta di inviare Patroclo in battaglia, ma gli raccomanda di limitarsi a stornare il pericolo dalle navi, senza andare oltre. Achille infatti sa dalla madre che (Il. XVIII, 10-11)

il migliore dei Mirmidoni con me ancora vivo
per mano dei Troiani avrebbe abbandonato la luce del sole.

Per questo motivo aggiunge poco dopo (Il. XVIII, 81-82)

Patroclo, il compagno che io onoravo al di sopra di tutti,
come me stesso; l’ho fatto morire…

Achille aveva evidentemente pensato che Patroclo non avrebbe compiuto il suo destino in quell’occasione, se si fosse cioè limitato a scacciare i nemici dalle navi, senza battersi con Ettore o dare l’assalto alle mura, e si fa commuovere dall’amico che lo prega di lasciarlo intervenire in soccorso degli Achei. Il valore di Patroclo, secondo solo a lui tra i Mirmidoni, lo tranquillizza da questo punto di vista. Nelle intenzioni di Achille l’intervento limitato di Patroclo sarà il preludio al suo rientro in battaglia. Il Pelide si rende conto dell’estremo pericolo per gli Achei e non vuole certo arrivare al punto di mandare in rovina tutto l’esercito; quando vede il fuoco appiccato alle navi incita Patroclo ad entrare subito in campo.

Achille non ha pensato male la cosa: Patroclo intervenendo con il suo consenso e le sue armi avrebbe salvato le navi achee, procurandosi gloria e mostrando di essere capace di combattere e guidare i Mirmidoni in battaglia anche senza il Pelide (Il. XVI, 241-245). Gli altri Achei, e soprattutto il presuntuoso Agamennone, avrebbero riconosciuto che sarebbero stati distrutti senza il provvidenziale aiuto ed avrebbero reso ad Achille gli onori dovuti (Il. XVI, 80-86). Ritirandosi tempestivamente, Patroclo avrebbe poi ottenuto di non sfidare gli Dei protettori di Troia, tornando incolume dalla battaglia, e di non togliere onore ad Achille battendosi da solo contro i Troiani: «… mi renderesti più disonorato» (Il. XVI, 90).

Questo non è un meschino calcolo di Achille, dal momento che lui stesso chiede a Zeus di dare gloria all’amico (Il. XVI, 241-242):

… a lui concedi la gloria, tonante Zeus,
e ardito il cuore nel petto…,

tuttavia Achille sa che né lui né Patroclo vedranno la fine di Troia, e quindi sarebbe votato all’insuccesso un assalto alla città da parte del suo scudiero, che si esporrebbe imprudentemente.

Achille inoltre ha deciso di porre fine alla sua ira e pensa quindi al momento in cui lui stesso entrerà in battaglia: l’incarico assegnato a Patroclo è perciò quello di preparare questo ritorno in modo che il Pelide ne abbia onore. In effetti, non sarebbe molto dignitoso che lo scudiero compisse da solo l’opera dell’eroe più grande.

Ma con questo Achille non toglie nulla all’amico: Patroclo in nessun modo potrebbe essere Achille, il destino non ha riservato questo per lui, ma tuttavia, entrando in battaglia senza Achille può avere la sua grande occasione alla testa dei Mirmidoni, ma anche di tutti gli altri Achei.

Non è condivisibile l’opinione di Vernant che considera Patroclo semplicemente come “doppio” di Achille, e neppure quella di Jacqueline de Romilly che lo definisce un «tendre adolescent»; certo, spesso i compagni ne ricorderanno in seguito la gentilezza che egli dimostrava agli amici e anche alle ancelle che per questo lo rimpiangono, ma ciò non ne sminuisce affatto la virilità.

A questo proposito, mi si permetta un’altra osservazione. Mi rincresce dover stroncare brutalmente le romantiche fantasie di chi, sulla scorta dei Greci dell’età classica, ama vedere in Achille e Patroclo un esempio di “coppia gay” ante litteram: non troveremo in Omero il benché minimo accenno all’esistenza di una relazione omosessuale tra i due eroi. Anzi è esplicitato dal poeta che entrambi hanno una prigioniera di guerra “preferita” e che con essa si coricano «come suole accadere tra uomini e donne»: non come suole accadere tra uomini e uomini, oppure tra donne e donne – l’Iliade non è Brokeback Mountain.

A proposito delle donne, vediamo quale fosse l’atteggiamento di Achille: l’eroe parla di Briseide, definendola «cara sposa» (Il. IX, 336), anche se noi sappiamo che Briseide non è, o quanto meno non è ancora, la sua sposa. Sempre Achille, a proposito di Briseide, ricorda che l’esercito greco combatte contro i Troiani per restituire a Menelao la moglie (Il. IX, 340-343):

forse che sono gli unici fra tutti gli uomini mortali ad amare le spose
gli Atridi? Poiché ogni uomo buono e assennato
ama la sua e se ne prende cura, e così anch’io
l’amavo di cuore, pur essendo conquistata con la lancia.

Per bocca del più grande degli eroi viene enunciato a chiare lettere il comportamento corretto dell’uomo «buono e assennato» verso la propria sposa, sia essa libera oppure «conquistata con la lancia». E’ difficile trovare, fino all’epoca moderna, una dichiarazione maggiormente rispettosa ed affettuosa di questa: viene espressa delicatamente la più sollecita tenerezza, senza che ciò suoni paternalistico o “maschilista”. E non è che per Achille una donna valga un’altra: Aiace non capisce perché egli sia così arrabbiato «per una ragazza… e noi gliene offriamo sette» (Il. IX, 637-8). D’altra parte Omero non scrive un romanzo sentimentale e quindi non si dilunga oltre.

Osserviamo ora il comportamento di Achille verso un particolare “inerme”, che gli ha procurato giudizi scandalizzati degli studiosi. Infatti Jacqueline de Romilly nota con biasimo che Achille «non risparmia coloro che lo supplicano – l’esempio che colpisce di più è quello di Licaone, un giovane figlio di Priamo, che tuttavia si appellava a diritti sacri. Era per Achille un supplice, un ospite; e si appella al fatto di non essere uscito ‹dallo stesso seno di Ettore›. Ma invano».

Non sono d’accordo sul fatto che Licaone si richiamasse a diritti sacri: è sì un supplice, ma non un ospite, e se è sacro il supplice in un contesto, diciamo così, normale e pacifico, non si può certo dire altrettanto durante una battaglia. Un semplice fatto dovrebbe essere autoevidente: non ci sono “nemici inermi” su un campo di battaglia, chi vi si trova è andato per uccidere e quindi non è uno scandalo che possa anche venire ucciso. Dopo tutto Licaone non passava di lì per caso: il suo obiettivo era uccidere Achei ma per sua sfortuna questa volta gli capita la seconda eventualità. Altre volte gli era andata meglio, come quando Achille stesso lo aveva risparmiato e preso prigioniero, ma adesso le circostanze sono cambiate; prima il Pelide non aveva motivi personali contro i Troiani, ora invece, dopo la morte di Patroclo, è tutto diverso. Nel momento in cui si trova “inerme” di fronte all’avversario la sua vita dipende da quest’ultimo ed è per questo motivo che il poeta precisa più volte che lo scontro tra le due parti non è sempre stato così aspro, lasciando spazio in passato per la clemenza verso i supplici.

Il fatto poi che Licaone faccia presente ad Achille di non essere germano di Ettore, non solo è patetico, dal momento che poco cambia visto che sono entrambi figli di Priamo, ma è anche decisamente sgradevole: rinnegare un fratello, anche se in circostanze estreme, non è una bella cosa. Certo non ce lo immaginiamo Ettore dire qualcosa del genere. Licaone, quindi, non è un personaggio positivo, ma Omero, con la delicatezza e l’umanità che gli è abituale, non infierisce e lo tratta con indulgenza: non è un cuor di leone, ma è giovane e non vuole morire. Comprensibile. Possiamo capire che l’angoscia abbia su di lui il sopravvento, ma come Achille fa subito notare, anche i più valorosi muoiono, e pure loro sono giovani, belli e tutt’altro che ansiosi di far visita ad Ade (Il. XXI, 106-113):

ma, amico, muori anche tu; e perché ti compiangi tanto?
E morto anche Patroclo, che era molto più valente di te.
E non vedi come anch’io sono bello e grande?
Ho un nobile padre, e mi ha generato una madre dea;
ma come su di te anche su di me incombe la morte e la Moira potente;
sarà un’aurora, una sera oppure un mezzogiorno,
quando qualcuno mi toglierà la vita in battaglia,
avendomi raggiunto con la lancia o con la freccia scagliata dall’arco.

Notiamo che Achille in questo caso, pur essendo al colmo dell’ira e del desiderio di vendetta, non ritiene di dover negare al giovane nemico una risposta: lo chiama “amico” e ne paragona la sorte a quella di Patroclo e di se stesso, mostrando di capirne il desiderio di continuare a vivere, anche se questa volta non lo risparmierà.

Ha torto Eva Cantarella quando dice che «chi non è forte, prepotente e talvolta arrogante è solamente un vigliacco. All’eroe non è consentita comprensione e pietà». Se esiste un poema epico nel quale «comprensione e pietà» sono massimamente espressi, questo è proprio l’Iliade: non esiste equivalente altrove dell’incontro tra Achille e Priamo. I due nemici che si guardano in silenzio e si ammirano reciprocamente condividendo il pasto danno un esempio di umanità e di civiltà che va ben al di là di qualsiasi dichiarazione astratta di buoni sentimenti. I riti dell’ospitalità e della preparazione del pasto comune sanciscono l’acquietarsi, almeno temporaneo, negli animi, della rabbia e del dolore. Pretendere di vedere «comprensione e pietà» sui campi di battaglia è francamente eccessivo, quando sarebbe già gran cosa, anche oggi, trovarle nelle tende degli accampamenti.

Qui piangono insieme Achille, che è il responsabile del lutto di Priamo, e Priamo, padre del responsabile del lutto di Achille: difficile trovare esempi di una maggior condivisione dei sentimenti nella storia della letteratura umana.