Autocontrollo e Giustizia

Omero ci mostra come Achille sia, al di là delle sue prime reazioni a volte dettate dall’ira, un uomo ragionevole: solo che non si lascia persuadere da qualsiasi discorso ben congegnato, acconsentendo solo quando la sua facoltà razionale concede l’assenso.

Nel primo episodio in cui lo troviamo protagonista, dopo aver preso l’iniziativa di convocare l’assemblea in un momento di crisi, si lascia convincere da Atena a non rispondere con le armi alla tracotanza (ὔβρις) di Agamennone (Il. I, 207-208):

sono venuta io dal cielo a calmare il tuo furore,
qualora tu mi dia retta…

Atena si appella quindi a quella che von Clausewitz chiama “forza del carattere o dell’animo”: Achille, che si domina, mostra di possedere «la facoltà di continuare ad obbedire alla ragione anche in mezzo alle più forti eccitazioni, alla più violenta tempesta delle passioni». Può essere pertinente aggiungere, a proposito di questo episodio, un’osservazione di von Clausewitz, che non pone la facoltà suddetta esclusivamente nell’ambito dell’intelligenza:

ma pensiamo di avvicinarci maggiormente alla verità ammettendo che la capacità di sottomettersi all’intelligenza malgrado le più violente emozioni, che chiameremo facoltà di dominarsi, trovi origine nel cuore. E’ un nuovo sentimento, che nelle anime forti fa equilibrio all’eccitamento delle passioni, senza distruggerle, e mediante tale equilibrio assicura il primato dell’intelligenza. Questo contrappeso alle passioni non è altro che il sentimento della dignità dell’uomo, quella nobile fierezza, quel bisogno intimo dell’anima di agire dovunque come un essere dotato di intelligenza e di ragione.

Queste considerazioni possono farci capire meglio il senso dell’intervento di Atena nell’episodio citato.

Se in qualche punto dell’Iliade dobbiamo individuare il sorgere del mondo civile, non è in Ettore, ma in Achille che, pur essendo il più forte, si trattiene dall’uccidere Agamennone e non porta la sua ira alle estreme conseguenze. In realtà, il poema è espressione di una società che ha già raggiunto da tempo un alto grado di civiltà, nella quale i conflitti interni hanno modo di trovare sfogo in una maniera comunque razionale, al di là della forza bruta, dell’imposizione di un’autorità assoluta superiore o di un equilibrio di personali “punti d’onore”.

Aver applicato ad Achille il concetto di “punto d’onore” ha portato al fraintendimento moderno di questo personaggio. In Omero non esiste il “punto d’onore”, anche se l’onore è un aspetto decisamente importante della vita: se ci fosse stato il “punto d’onore” gli Achei si sarebbero ammazzati fra loro in continui duelli e Agamennone non avrebbe certo accettato di farsi chiamare da Achille davanti a tutti «ricoperto di spudoratezza» (Il. I, 149), per non parlare di «ubriacone, dall’occhio di cane, e dal cuore di cervo» (Il. I, 225), oltre ad altre poco lusinghiere insinuazioni di viltà.

Secondo alcuni l’unico modo che Achille conoscerebbe per porre fine alla disputa sarebbe metter «mano alla spada»: è interessante come di un episodio si possa mettere in evidenza solo un aspetto piuttosto che un altro. Nel racconto di Omero, infatti, è data molta più rilevanza alla decisione di non risolvere cruentemente il diverbio, piuttosto che al primo atto istintivo di porre «mano alla spada». Achille domina, come abbiamo notato, la sua ira e non le offre l’opportunità di placarsi immediatamente col sangue dell’offensore: l’intervento di Atena prospetta la possibilità di ottenere soddisfazione in maniera meno violenta. Naturalmente la condizione necessaria perché ciò possa accadere è che venga comunque data soddisfazione; per il momento sarà Zeus a garantire ad Achille la difesa del suo onore, visto che l’assemblea dell’esercito acheo non si muove a tutela di colui che è stato ingiustamente privato del suo. Il messaggio comunque arriva a destinazione e il saggio Odisseo dirà poi ad Agamennone (Il, XIX, 181-183):

Atride, sii dunque più giusto anche verso un altro.
Non è infatti biasimevole che un re
dia soddisfazione ad un uomo, quando per primo ha danneggiato qualcuno.

Il germe della giustizia è stato gettato: Achille sarebbe abbastanza forte da farsi valere con le armi, Atena e Zeus lo convincono a rimettersi al loro intervento, Odisseo poi ne trae una regola generale a vantaggio di ogni uomo.

Che il figlio di Teti sia il portatore di un’idea di umana giustizia lo dimostra anche l’episodio della premiazione dei partecipanti alla gara dei carri, durante i funerali di Patroclo. I concorrenti sono Eumelo, Diomede, Menelao, Antiloco e Merione: il favorito è Eumelo, che si aspetta di vincere in quanto migliore auriga per unanime riconoscimento. Tuttavia Diomede prega Atena di dargli la vittoria e la dea interviene causando la caduta di Eumelo, che arriva ultimo, malconcio e depresso. Achille assegna il primo premio al vincitore, Diomede, e vorrebbe dare il secondo ad Eumelo per compenso della sua arte sfortunata; ma Antiloco, il secondo arrivato, si oppone, obiettando che Eumelo avrebbe dovuto pregare gli Dei e forse non sarebbe caduto. Così Achille, per non scontentare nessuno, decide di assegnare i premi nell’ordine stabilito in precedenza ma dona un “premio di consolazione” a parte per Eumelo.

Il significato di questo episodio, al quale il poeta dedica moltissimi versi, è chiaro: il senso di giustizia dell’uomo corregge il destino e perfino l’intervento degli Dei, che non vengono accettati passivamente con rassegnazione o peggio con la paura di non mettersi in conflitto con una potenza maggiore. Achille capisce che il destino ed Atena hanno voluto la sconfitta di Eumelo, ma non lascia che questo sia di ostacolo al suo personale senso di giustizia. Ciò significa che l’essere umano non è fatalmente tenuto ad accettare quello che accade, poiché non sempre “ciò che è reale” è anche “razionale”: se ne ha la possibilità deve seguire il proprio giudizio e provvedere a correggere ciò che non gli sembra giusto. Ed è proprio ciò che Achille fa, sia quando ne subisce lui stesso i danni sia quando è un altro ad essere colpito.