La scelta di Achille

Achille sa da sua madre che (Il. IX, 411)

un duplice fato mi conduce al termine di morte:

se resta a combattere (Il. IX, 413-415)

è precluso a me il ritorno, ma avrò gloria immortale;
se invece andassi a casa nella cara terra dei padri,
sarebbe perduta per me la nobile gloria… 

ma notevolmente più lunga la vita. Tuttavia sappiamo che dopo la morte di Ettore la sua fine è certa.

Si potrebbe dedurre che nel momento in cui si ritira dai combattimenti a causa della lite con Agamennone, Achille non ha ancora fatto nessuna scelta al proposito, poiché una partenza è ancora considerata possibile, anche se altrove la sua morte prematura era data per certa: non si tratta qui di una contraddizione, poiché accanto al destino bisogna prendere in considerazione la natura dell’individuo. Infatti, è chiaro che Achille si trova di fronte ad una scelta cruciale, tale da determinare radicalmente la sua vita: per quanto concerne il fato, due strade sono ancora aperte. Ma per quanto riguarda il suo carattere, in realtà una sola resta possibile, e non è la vita lunga ed ingloriosa. Anche in questo caso Omero si mostra acuto osservatore della vita umana: essa dipende dal destino in quanto le circostanze esterne vi influiscono inevitabilmente, ma per quanto riguarda poi le decisioni personali, che comunque sono fondamentali, esse competono all’individuo liberamente.

Solo un altro uomo nell’Iliade, oltre ad Achille, conosce il proprio destino e può fare una scelta. Euchenore, figlio di un indovino, si era imbarcato consapevole che non avrebbe fatto ritorno dalla guerra: il padre, infatti, gli aveva predetto che sarebbe morto a Troia, se fosse partito, oppure che sarebbe stato stroncato in patria da una malattia terribile (Il. XIII, 663-672). In questo caso Euchenore preferisce la morte in battaglia a quella per malattia, mentre Achille avrebbe avuto in compenso una lunga vita.

Ma in realtà la “scelta” tra una vita breve ma gloriosa ed una lunga ma oscura non è per Achille una vera e propria scelta. L’eroe non si dice un bel giorno «ecco, preferisco morire giovane pur di avere gloria immortale» oppure «sì, rinuncio ad una lunga vita per la gloria». Non gli si pone in questi termini una scelta deliberata, quanto piuttosto una concomitanza di azione delle circostanze esterne (la morte di Patroclo e la volontà di vendicarlo) con la sua propria natura morale, se così si può dire: ed in effetti un Achille buon borghese in pensione attorniato da tanti nipotini non ce lo immagineremmo proprio.

Secondo Vernant, Achille avrebbe rifiutato la vita lunga: «ha scelto la vita breve ed ha saputo così guadagnarsi gloria imperitura con la bella morte». Ma Achille sceglie la gloria, non la vita breve: è un eroe non un nichilista stanco della vita. Achille ama la vita, come è giusto che faccia un giovane bello e vigoroso. In Omero la morte in sé non è mai bella, è bella la scelta di una vita eroica, anche se questa condurrà alla morte, il che è ben diverso. Nemmeno la morte di Achille è “bella”, ma dolorosa, per lui stesso e per coloro che lo amano ed ammirano e nell’Odissea una delle parti più commoventi è la rievocazione da parte di Agamennone dei funerali di Achille (Od. XXIV, 47-49):

la madre giunse dal mare con le immortali marine
udita la notizia: un grido si era levato dal mare,
prodigioso, un brivido invase tutti gli Achei.

Gli uomini sarebbero fuggiti (Od. XXIV, 54-56) se Nestore non li avesse trattenuti dicendo:

fermatevi, Argivi, non fuggite, figli degli Achei!
la madre dal mare con le immortali marine
ecco che viene, per vedere il figlio morto.

Questi versi mostrano un altro volto degli Dei omerici, poiché non solo la madre piange la morte di Achille; le Muse stesse intonano il lamento funebre (Od. XXIV, 63-64):

per diciassette giorni di notte come di giorno
ti abbiamo pianto Dei immortali ed uomini mortali.

Non ci si deve stupire del fatto che i Greci trovarono per secoli nell’Iliade un incitamento alla virtù: gli eroi di Omero amano sì la vita, la giovinezza, il vigore, la bellezza, ma sanno anche che sono beni perituri, non “valori”.

Achille è il più grande degli eroi perché ad un certo punto, e Omero è tanto abile da mostrarci quel momento, sa di non avere più speranza. Tutti gli altri eroi hanno la speranza di ritornare alle loro famiglie, carichi di bottino e di gloria, per godersi la vita e le ricchezze conquistate; anche Ettore, finché non si accorge di essere stato ingannato da Atena, spera di poter vincere e sopravvivere. Invece Achille sa che dopo Ettore il suo destino è segnato: ma reputa comunque doveroso vendicare la morte di Patroclo. Achille quindi, se così si può dire, ci mostra come il senso dell’onore e del dovere debbano essere valutati più della vita stessa, anche quando non c’è speranza.

Achille ha la possibilità di scegliere il suo destino, almeno fino ad un certo punto, ma questo non è necessariamente un vantaggio o, almeno non lo sarebbe per chiunque: come fa notare Bachofen citando Platone, «grande cimento… grande più di quanto sembra, è quello di diventare buono o cattivo… la responsabilità è di chi sceglie, il dio non è responsabile».

La grandezza di Achille sta nel fatto che, mentre la maggior parte degli uomini non sa quando gli si presenterà il momento della scelta fatale, egli lo sa. Ciò significa che potrebbe anche evitarla, volendo. Ma questo vorrebbe dire venir meno alla propria scelta morale, ed egli non è disposto a vivere più a lungo a questo prezzo, pur ammettendo che

nulla per me vale quanto la vita…

eccetto, appunto il restare fedele a se stesso e a quei legami sacri che rendono la vita degna di essere vissuta.