Dei e uomini 2

Talvolta gli eroi omerici imputano agli Dei azioni che una lettura affrettata potrebbe interpretare come un influsso divino anche nel campo delle virtù personali degli uomini: quando, ad esempio, si dice che Zeus può mettere in fuga anche il più valoroso e togliergli la vittoria (Il. XVI, 688-690), o quando Zeus invia un sogno ingannatore ad Agamennone, oppure quando Atena toglie il senno a qualcuno. Ma ad un più attento esame si nota che Zeus può sì volgere in fuga il prode, ma non può togliergli il coraggio se non temporaneamente – non può insomma trasformare un prode in un vile – e certamente non accade mai che renda valoroso un pusillanime, mentre Atena toglie il senno a coloro che non sono proprio tra i più saggi: quanto al sogno di Agamennone, poi, diciamo pure che il comandante degli Achei non aveva bisogno che fosse proprio Zeus ad inviargli un sogno fallace, dal momento che si ingannava molto spesso da solo e anche quando era ben sveglio.

Se l’uomo spesso può ingannarsi da solo, gli Dei non sempre dicono la verità. Omero infatti fa notare che i sogni mandati dagli Dei possono anche essere falsi: non è un’idea blasfema, ma un grande esempio di saggezza “politica”. Omero non è così ingenuo da ignorare il fatto che la devozione religiosa possa essere talvolta, per non dire spesso, manipolata da individui senza scrupoli allo scopo di imporre al resto del popolo le proprie “visioni”. E sa benissimo anche che risulta estremamente complesso competere in sottigliezza con i “visionari”: se Agamennone, per esempio, dice di aver ricevuto un sogno da Zeus non è facile dimostrare il contrario, ma se si fa accettare il fatto che Zeus possa anche mandare sogni fallaci l’impatto della presunta “illuminazione” divina ricevuta da Agamennone o da chiunque altro sarà molto più sottoposta al vaglio della ragione umana, che dovrà in ogni caso attivarsi per capire se si tratti di un inganno o no. In poche parole, senza dare del bugiardo al “sognatore”, lo si tiene comunque sotto controllo.

Continua a leggere

Zeus e il potere

Ogni essere individuale mira al proprio utile e sarebbe ingenuo aspettarsi il contrario. Di ciò Omero è consapevole e non si aspetta qualcosa di diverso, né dagli uomini né dagli Dei. Tuttavia, il detentore della sovranità, quella divina in primo luogo, non può agire come un semplice privato. Il potere di Zeus è legittimo proprio per il suo ruolo di tutela dell’ordinamento del mondo, a prescindere dall’interesse individuale. I sovrani cosmici precedenti non si curavano di trascendere il proprio utile, al punto di trasformarsi in nemici dei loro stessi figli; con Zeus invece, il corretto e legittimo esercizio del potere si individua nella capacità di mediare e conciliare le sfere particolari di ogni divinità, non sulla base di un arbitrio che sarebbe ugualmente tirannico, ma sulla base di una legge a lui stesso esterna.

Da questo punto di vista i primi matrimoni mitici di Zeus sono illuminanti; infatti, attraverso le relazioni di parentela – genitori, fratelli, matrimoni e prole – il mito illustra i collegamenti profondi tra i diversi aspetti del reale. Come prima moglie del sovrano degli Dei quindi si ricorda Metis, l’intelligenza astuta, di cui il detentore dalla sovranità ha bisogno per prevenire le eventuali minacce all’ordine cosmico che egli tutela; Metis viene inghiottita da Zeus, dal momento che la saggezza deve essere parte costituente del potere. In seconde nozze Zeus sposa Themis, la Dea del saggio consiglio ed interprete delle leggi fondanti dell’ordine cosmico; questa Dea siede sempre accanto a Zeus per consigliarlo, ma ne resta indipendente, poiché il fondamento della legge deve essere esterno al detentore della sovranità. Themis genera le Moire – custodi del destino e del limite di ogni cosa – e le Hore – che a loro volta presiedono ai ritmi delle stagioni e alle assemblee, indicando come ordine cosmico, naturale e politico siano in origine strettamente collegati.

Continua a leggere

Gli Dei e la giustizia 2

E’ stato spesso notato il fatto che gli Dei di Omero non agiscano da “giustizieri” per punire le cattive azioni. Forse essi non intervengono in ogni singolo caso, ma semplicemente non corrisponde al vero affermare che non si curino della giustizia: l’Iliade si apre proprio con due esempi di ingiustizie subite, e punite da una diretta intromissione divina. Esplicitamente Omero rileva come l’arroganza di Agamennone sia causa, in rapida successione, degli interventi prima di Apollo in difesa di Crise, e poi di Zeus, a sostegno delle ragioni di Achille. In quest’ultimo caso, soprattutto, Achille potrebbe anche farsi giustizia da solo, ma preferisce astenersi dalla violenza e confidare nella parola degli Dei che lo esortano alla pazienza: è evidente che il poeta insiste su questo aspetto, spesso mettendo in risalto le conseguenze nefaste della tracotanza degli uomini.

Omero non è dogmaticamente ossessionato dal dover dimostrare l’intervento degli Dei e non si affanna a cercare prove della punizione divina nelle vite dei mortali, tuttavia afferma chiaramente che gli Dei amano la giustizia (Od. XIV, 83-84):

gli Dei beati non amano le azioni malvagie,
ma hanno care la giustizia e le buone azioni degli uomini.

Zeus si adira (Il. XVI, 387-388) con coloro che

con violenza in assemblea decidono leggi ingiuste,
e disprezzano la giustizia, non curando lo sguardo degli Dei.

Continua a leggere

Ἄτη e responsabilità

Per comprendere meglio le dinamiche della decisione individuale nell’azione umana secondo Omero occorre valutare il ruolo della Ate, dell’accecamento che porta all’errore. Dopo la morte di Patroclo, al momento della riconciliazione con Achille, Agamennone discolpandosi davanti all’assemblea degli Achei cerca di attribuire la responsabilità della discordia che tanto aveva danneggiato l’esercito su soggetti ben più potenti di lui (Il. XIX, 86-91):

… ma non sono io la causa,
bensì Zeus e la Moira e l’Erinni vagante nell’oscurità,
che in assemblea mi scagliarono in petto l’atroce Ate,
il giorno in cui portai via ad Achille il suo premio.
Ma cosa avrei potuto fare? Il Dio porta ogni cosa al suo termine.
Ate è figlia primogenita di Zeus, e a tutti acceca la mente.

Neppure Zeus potè sfuggirle, osserva l’Atride. Tuttavia, egli stesso in un’altra occasione aveva detto (Il. II, 375-378):

ma a me Zeus Cronide signore dell’egida ha procurato dolori,
che mi getta in vane contese e contrasti.
E infatti io e Achille ci siamo scontrati con parole violente per la ragazza
ma io ho cominciato mostrandomi ostile.

Continua a leggere

Gli Dei e la giustizia

In Omero gli Dei, pur non intervenendo in ogni singolo caso, non sono tuttavia insensibili di fronte alle ingiustizie: l’Iliade si apre proprio con due esempi di ingiustizie subite, e punite da una diretta intromissione divina. Esplicitamente Omero rileva come l’arroganza di Agamennone sia causa, in rapida successione, degli interventi prima di Apollo in difesa di Crise, e poi di Zeus a sostegno delle ragioni di Achille. In quest’ultimo caso, soprattutto, Achille potrebbe anche farsi giustizia da solo, ma preferisce astenersi dalla violenza e confidare nella parola degli Dei, che lo esortano alla pazienza: è evidente che il poeta insiste su questo aspetto, spesso mettendo in risalto le conseguenze nefaste della tracotanza degli uomini.

L’Odissea si chiude con la partecipazione di Atena al massacro dei proci; Omero evidenzia quanto sia patetica l’arroganza con la quale uno di loro apostrofa la Dea, presente sotto le sembianze di Mentore, minacciando di morte e ritorsioni colei che egli ignora essere una Dea immortale.

Continua a leggere

Il nemico in Omero

In quanto poema di guerra, nell’Iliade si parla naturalmente più volte dei nemici. Generalmente il termine usato per indicare i nemici è οἱ δήιοι (Il. IX, 76). Δήιος è originariamente un aggettivo e significa “distruttore, ostile, micidiale”, usato anche per indicare il dio della guerra, δήιος Ἅρης, e infatti è più frequente trovarlo come aggettivo, δήιος ἁνήρ (Il. VI, 481), da δαίω, “incendio, metto a fuoco”. Δηιοτής è sinonimo di πόλεμος e μάχη, nel senso di “distruzione”, mentre δειόω significa “uccido, faccio strage, devasto, saccheggio”.

Un altro modo per dire “nemici” è ἄνδρες δυσμενέες, “uomini avversi, ostili” (Il. X, 40, 100, 193, 221). I nemici sono θυμοραιστές, “rovinosi, distruggitori della vita” (Il. XVI, 591), come la morte, θάνατος θυμοραιστής (Il. XVI, 580).

Continua a leggere

Reale, razionale e giusto in Omero

Un aspetto importante nella questione della giustizia è la determinazione del “diritto”. Non nel senso di una normativa legale, che in Omero ancora non è stabilita, ma nel senso del rapporto tra ciò che realmente accade e ciò che è giusto che accada. Osserviamo dunque che per Omero non tutto ciò che è reale è anche razionale; non è vero, come dice Adorno, che «Scilla e Cariddi hanno un diritto su tutto ciò che capita sotto le loro unghie, come Circe ha il diritto di trasformare chi non è immunizzato, o Polifemo di divorare i suoi ospiti».

Nel testo omerico questa conclusione non è mai suggerita; nel caso di Polifemo è anzi esplicitata l’empietà e l’ingiustizia del suo comportamento, Ermes interviene per proteggere Odisseo da Circe e, per quanto riguarda Scilla e Cariddi, esse sono potenze primordiali contro le quali l’uomo non può nulla, ma non si trova mai accenno al fatto che esse abbiano un “diritto” di agire così come agiscono, semplicemente lo fanno e basta. Non è un caso che i tre esempi sopra riportati abbiano tutti esiti differenti: Polifemo viene punito dall’uomo, per quanto le forze e l’opportunità glielo consentono, Circe viene sottomessa con l’aiuto degli Dei, mentre contro Scilla e Cariddi non c’è niente da fare. L’uomo omerico non sente la necessità di attribuire a tutto una razionalità che a volte proprio non esiste, poiché i suoi Dei non ne sono la causa, alla quale egli si senta obbligato a dare giustificazione: anche Scilla e Cariddi sono esseri immortali e gli Dei, così come non le hanno create, altrettanto non possono distruggerle. Ma ciò non vuol dire che esse abbiano il “diritto” di uccidere gli uomini, non più di quanto si possa dire che le tigri o i leoni abbiano il diritto di divorare la gente: la razionalità è una faccenda umana non applicabile al mondo degli elementi e della natura.

Continua a leggere

Zeus e gli altri Dei

Negli Dei che sono sempre si manifesta la molteplicità dell’essere che suscita meraviglia e rispetto; in Zeus, padre degli uomini e degli Dei, si concentra quel pensiero primordiale che ci dice che in fondo l’universo, pur con tutte le sue molteplicità e differenze, è uno. Ma con grandioso senso della misura, questo Zeus non è un despota assoluto, geloso anche del più infimo dei suoi servi, bensì realmente un padre.

A Zeus non manca nulla dell’onnipotenza divina, egli è senza alcun dubbio il “potentissimo Cronide, grande e glorioso, fortissimo“. Se tutti gli Dei si appendessero ad una catena e cercassero di tirarlo giù dall’Olimpo egli li solleverebbe tutti insieme, terra e mare compresi (Il. VIII, 19-24): «tanto io sono più forte degli Dei e degli uomini» (Il. VIII, 27). Ma è completamente estraneo a questo Dio il meschino compiacimento per la propria potenza che egli non impiega mai per schiacciare ed umiliare i più deboli, soprattutto gli uomini: se infatti talvolta deve ribadire con gli altri Dei la propria superiorità e far valere la propria autorità, non ha mai la minima necessità di fare altrettanto con esseri troppo più deboli di lui. Ed anche con gli altri Dei, dopo aver riaffermato la propria posizione di preminenza, torna ad essere un padre amorevole (Il. VIII, 38-40):

a lei rispose sorridendo Zeus che raduna le nubi:
sta’ di buon animo, Tritogenia, figlia cara: non dico sul serio
e voglio con te essere buono.

Continua a leggere

Etica e morte

Un motivo di fraintendimento della religiosità omerica, spesso criticata dai pensatori successivi, è dipeso dal fatto che per il poeta il momento della descrizione degli episodi “divini” è quello in cui, almeno apparentemente, egli si prende maggiori libertà: ciò è sembrato quanto mai strano ai successori, per i quali invece l’ambito del divino sarà proprio quello che consentirà minori libertà, poiché sarà cambiato il rapporto tra Dei ed uomini. Il fatto è che Omero non contempla un premio per la virtù che non sia la memoria lasciata alle generazioni future. Ma agli uomini delle epoche successive questo comincia a pesare: essi esigono sempre più dagli Dei che le virtù siano premiate e i vizi puniti. E’ anche la loro estrazione sociale, per così dire, ad essere mutata rispetto agli eroi omerici e ai principali fruitori dell’epos: a costoro bastava sapere che il loro valore sarebbe stato ricordato, servendo di esempio ai posteri, e contro l’ingiustizia altrui sapevano e potevano farsi vendetta, con l’aiuto degli Dei. Ma i lavoratori come Esiodo, di classe media o bassa, mancano spesso della forza di far trionfare la virtù in questa vita e per loro mano, e così non possono far altro che sperare che gli Dei puniranno gli ingiusti in un futuro o nell’aldilà. Continua a leggere

Storico e “metastorico” in Omero

La mancanza di dogmatismo, che Omero ha trasmesso al politeismo greco, ha consentito anche alle epoche successive di trarre ispirazione dai poemi per quanto riguardava gli elementi positivi, tralasciando senza traumi quegli aspetti che costituivano una specifica visione dell’epoca. Ad esempio, in età classica Omero era il punto di riferimento educativo di tutte le città greche, compresa la democratica Atene, dove sentir parlare di “re” doveva fare lo stesso effetto che parlare di repubblica ad un congresso della Santa Alleanza: eppure i poemi omerici non fanno che narrare le eroiche gesta di re e di principi, glorificandone le stirpi ed il poeta in un’occasione fa dire ad Odisseo «non regneremo mica tutti qui noi Achei» (Il. II, 203). Il fatto è che i liberi cittadini delle repubbliche classiche sentivano di poter tranquillamente astrarre dagli aspetti più propriamente “storici” dei poemi, legati al contingente, per trarne invece il contenuto universale ed eterno. Ma questo è stato possibile soltanto perché Omero ha trasmesso il suo messaggio senza pretendere di fissare per sempre un’immutabile visione degli Dei, dell’uomo e della società: né lui lo ha voluto, né probabilmente i suoi ascoltatori glielo avrebbero permesso.

Continua a leggere

“Disinvoltura” e scienza

Il dogmatismo è assolutamente estraneo ad Omero. Non è un caso che il poeta invochi la Musa per narrare le vicende degli uomini, non quelle degli Dei. Egli è forse troppo religioso per avere la presunzione di descrivere gli Dei come essi sono: non è un caso che il mito assegnasse una sorte funesta ai mortali che avessero contemplato gli Dei nel loro “vero” essere. Il poeta perciò non pretende di rivelarci come sono gli Dei, semplicemente perché nessuno potrebbe farlo. Quando Zeus all’inizio dell’Odissea dice (Od. I, 32-4)

ahimè! Come i mortali accusano gli Dei!
Infatti dicono che i loro mali vengono da noi: ma anche da soli
per le loro empie azioni hanno dolori oltre il destino,

indica proprio questo: gli uomini credono di conoscere il pensiero degli Dei, ma non sempre colgono nel segno, poiché le passioni talvolta li accecano facendoli errare. E’ indicativo che Zeus non si mostri indignato per questa ingiusta accusa degli uomini, ma piuttosto addolorato per loro. Continua a leggere

Verità e relativismo

In Omero, pur mancando il dogmatismo intollerante, non vi è dubbio che la verità esista. Tale questione non viene esplicitamente affrontata nei poemi, poiché non rappresentava evidentemente un tema controverso all’epoca del poeta. Tuttavia questo argomento è particolarmente interessante per noi “postmoderni”, che apparentemente abbiamo difficoltà a districarci tra dogmatismo e relativismo. Anche per questo la lettura di Omero può essere utile a riflettere sul fatto che non è necessario essere dogmatici per credere in qualcosa, e che non è necessario negare l’esistenza della verità per evitare le persecuzioni degli “eretici”.

Da questo punto di vista, Omero può aiutare anche a capire meglio ciò che il politeismo non è. Non è una forma di relativismo culturale o di mortificazione di sé a favore dell’altro; non è un cupio dissolvi a vantaggio di “nuovi barbari” perché siamo delusi dal non essere stati capaci di creare la società perfetta, e non è il rifiuto della verità per non essere stati capaci di definire la verità assoluta. Alcuni ambiti sono “relativi” e devono continuare ad esserlo per poter perdurare perché l’essere relativo appartiene precisamente alla loro natura, non è una diminuzione di un assunto assoluto in seguito relativizzato.  Per esempio, proclamare l’amore assoluto ed universale ne distrugge il senso reale, poiché chi si sente costretto per essere buono ad amare tutti, in realtà non ama nessuno, spesso neppure se stesso: Afrodite è una Dea che opera esclusivismi, così come tutti gli altri Dei, eccetto Zeus. Quanto si è detto per l’amore vale anche per quanto riguarda la fratellanza universale: l’aver voluto imporre di sentire come fratelli perfetti sconosciuti, quando non addirittura i nemici, ha privato di significato quell’autentico senso di fratellanza che si può provare realmente solo nei confronti di chi sia simile a noi. Ciò perché questi sentimenti sono riservati per loro stessa natura a pochi ed è un bene che sia così, perché anche i loro contrari saranno parimenti riservati a pochi. Questo è un grande insegnamento del mondo divino di Omero: essendo gli Dei molti e generalmente schierati per l’una o per l’altra delle parti in causa, il poeta ci mostra una realtà molteplice e complessa nella quale la relatività non diventa relativismo.

Continua a leggere

L’onore degli Dei

La visione che Omero dà del mondo divino è senza dubbio ispirata ad una superiore eticità e ad una profonda religiosità. Tutti presi dal fervore censorio, i critici posteriori di Omero non hanno riflettuto sul grande esempio di moderazione e di tolleranza che traspare dalla visione omerica degli Dei.

L’universo è complesso e teatro di scontri “titanici”, ma il padre degli uomini e degli Dei è sereno e tranquillo della propria autorità. Quando gli Achei erigono il muro a difesa delle navi (Il. VII, 446-463) Poseidone esprime a Zeus due preoccupazioni: si risente che i mortali non si curino più degli Dei, ma costruiscano grandi opere senza i riti appropriati, e teme che la fama dell’opera umana possa superare quella dell’opera divina, le mura di Troia, da lui costruite insieme ad Apollo per Laomedonte. Zeus, tra l’addolorato e lo sdegnato, risponde prima al secondo timore del fratello, osservando che forse potrebbe dire una cosa simile un Dio molto più debole «per potenza e impeto», non certo lui, la cui gloria è diffusa fin dove si stende la luce del giorno. Gli Dei, come gli uomini, tengono particolarmente alla propria gloria, in più essi la devono anche difendere dagli uomini, le cui opere sono tanto insigni da suscitare il timore non giustificato di poter addirittura oscurare la fama delle opere divine. Alla prima preoccupazione di Poseidone Zeus risponde autorizzando la distruzione del muro degli Achei, ma solo quando questi saranno partiti da Troia, spiegando così il perché non sia rimasta traccia di tale impresa, la cui fama ha raggiunto i posteri; la volontà degli Dei in questo caso viene tratta in causa per enfatizzare in realtà l’opera umana.

Nel discorso di Poseidone citato sopra l’ascoltatore di Omero trovava riaffermate due convinzioni a lui familiari: la consapevolezza della caducità delle opere umane, ma anche il riconoscimento della legittimità del desiderio di gloria, condiviso perfino dagli Dei.

Continua a leggere

Forma e divino

L’antropomorfismo omerico non abbassa gli Dei al livello degli uomini, ma piuttosto eleva gli uomini a compagni degli Dei, aprendo il cammino all’idea poi espressa da molti filosofi che l’uomo partecipi con gli Dei di un medesimo logos universale.

Se la divinità deve avere una forma, l’aspetto umano è quello che più le si addice, ed è importante che anche la divinità abbia una “forma” poiché essa è qualcosa di diverso dall’uomo, ma non di alieno al mondo, come sarebbe “un’entità” senza forma. Non si tratterebbe infatti di una semplice mancanza di fantasia, ma del rifiuto implicito di ogni forma: se ciò che c’è di più sublime nel mondo fosse una forza senza forma, ciò negherebbe ad ogni forma l’appartenenza all’essere, ed implicitamente tutto ciò che ha forma, sia natura o uomo, non parteciperebbe del divino, ma esisterebbe solo in quanto una forza misteriosa senza forma avrebbe deciso di crearlo e non avrebbe ancora deciso di distruggerlo. Ciò che ha forma non meriterebbe rispetto di per sé, non sarebbe sacrilego cercare di mutare il suo essere, perché il divino, unico ad esigere rispetto, sarebbe altrove, e di diversa natura. In questo modo il mondo della forma diventerebbe il mondo della falsa apparenza, mentre la verità starebbe in ciò che è privo di forma. Mancando la forma, mancherebbe anche qualsiasi nozione di bello. Sarebbe un rifiuto del mondo tangibile e visibile che verrebbe privato in maniera assoluta e totale di ogni presenza divina, relegata ormai al di fuori di esso.

Continua a leggere

Dei ed individualità

L’intervento degli Dei nelle vicende umane è molto frequente in Omero e questa costante presenza divina ha provocato un fondamentale fraintendimento in molti studiosi che hanno tratto da ciò la deduzione che l’uomo descritto dal poeta fosse pertanto privo di individualità e di introspezione psicologica. Niente di più sbagliato.

La religiosità omerica può essere letta più come una divinizzazione del reale, dell’Essere in tutta la sua completezza, piuttosto che un’enunciazione di ideali e speranze; questa visione coinvolge anche il complesso meccanismo che vede gli Dei entrare in rapporto coi moti dell’animo umano. E’ stato spesso fatto notare che l’uomo omerico manca di introspezione e che nel momento in cui gli viene in mente un’idea o prova un sentimento egli ne ascrive l’ispirazione ad una divinità: questa viene addotta a prova della primitività ed ingenuità del pensiero di Omero e del fatto che i suoi eroi non siano in realtà autonomi, bensì manipolati dalla divinità.

Continua a leggere

Dei e uomini

Quando Apollo vuole dissuadere Diomede, risoluto ad uccidere Enea pur sapendo quale Dio lo protegge, prima lo respinge, colpendolo sullo scudo, e poi (Il. V, 439-444)

levando un terribile grido disse Apollo che colpisce da lontano:
Bada, Tidide, ritirati, e non
voler pensare come gli Dei, poiché non è mai uguale la stirpe
degli Dei immortali e degli uomini che si muovono sulla terra.
Così diceva, e il Tidide indietreggiò un po’,
schivando l’ira di Apollo arciere.

Si riconosce qui lo stesso Dio sul cui tempio, arrivando, il visitatore leggeva le famose parole «conosci te stesso». Apollo infatti non è solo il Dio che colpisce da lontano, è anche tra gli Dei quello che più sente la distanza che separa gli immortali dagli uomini, poiché è lui spesso a farla notare, come nella battaglia tra gli Dei, quando rifiuterà di battersi contro lo zio Poseidone (Il XXI, 463-466) a causa dei

 … mortali
infelici, che simili alle foglie ora
appaiono ardentissimi, mangiando i frutti della terra,
ora invece periscono esanimi…

Continua a leggere

Da Omero a Sofocle

In Omero gli Dei sono favorevoli alla giustizia e ostili al suo contrario, ma la norma etica non proviene da essi, bensì dalla nostra specifica natura di uomini: gli Dei l’apprezzano in quanto è apprezzabile di per sé e questo accomuna Dei ed uomini giusti. Gli Dei non impongono una morale agli uomini; ciò non significa affatto un’assenza di senso etico, anzi, è la più chiara dimostrazione della profonda moralità di un popolo che evidentemente percepisce la distinzione tra bene e male come una propria caratteristica “umana”, non un qualcosa di estraneo giunto a noi dall’esterno.

Che ci siano civiltà nelle quali non sia necessario far discendere dalla divinità stessa le norme del vivere civile va decisamente a loro onore: esse hanno qualcosa in più, non qualcosa in meno. Nell’Iliade nessun Dio dice come ci si deve comportare poiché è evidente che gli uomini lo sanno autonomamente – al massimo hanno talvolta bisogno che qualcuno, uomo o Dio, glielo ricordi – , e sono la ragione e l’utilità manifesta ad indurre gli individui e i gruppi a rispettare le norme del vivere civile, non il timore di una punizione divina. Indubbiamente, gli Dei apprezzano queste norme e gli Achei sono convinti che Zeus non potrà dare la vittoria ai violatori dei patti di ospitalità: non può non esserci un accordo tra Dei e uomini su ciò che è giusto, poiché la giustizia si mostra da sé. L’etica per gli eroi di Omero non è frutto di opinione o di convenienza: essi sanno ciò che è giusto in quanto ogni uomo in possesso delle proprie facoltà mentali ne è consapevole, anche quando conviene loro seguire un’altra strada. Non ignorano neppure il fatto che l’ingiusto potrà pure fare uso di tutte le astuzie della sua mente, ma riuscirà ad ingannare altri uomini e forse anche se stesso, ma non gli Dei.

Continua a leggere

Sull’onnipotenza divina

Ad Omero non è ignoto il senso dell’infinitezza e dell’immensità dell’universo, del cielo e del mare; tuttavia in questa immensità di fronte alla quale l’uomo percepisce fortemente la propria limitatezza, il poeta scorge comunque lo spirito ordinatore della divinità. Anche se il potere degli Dei è grandioso ed immenso, correttamente essi non sono onnipotenti poiché il limite – concetto così caro a tutto il pensiero greco – è un elemento imprescindibile per ogni cosa esistente.

Non che Omero ignori l’idea di un’onnipotenza divina; egli infatti dice «gli Dei possono tutto» (Od. X, 306). Non è una “carenza” dell’animo religioso di Omero, o una sua mancanza di fantasia, aver voluto moderare l’onnipotenza divina: è il frutto di precisa riflessione aver attribuito agli Dei, di per se stessi onnipotenti almeno in via di principio, un rispetto volontario e da essi liberamente accettato da una parte per la legge di natura impersonata dalla Moira e dall’altra per l’azione degli uomini.

Continua a leggere

Uomo omerico ed Homo Sapiens

Per poter parlare di etica è necessario che il soggetto agente sia consapevole di se stesso ed in grado di autodeterminarsi: può sembrare strano a chi abbia effettivamente letto Omero, ma tale consapevolezza ed autodeterminazione è stata spesso negata dai moderni studiosi agli eroi omerici. Mi sembra necessario perciò mostrare quanto siano rilevanti nei poemi le caratteristiche individuali dei singoli, quanto essi siano coscienti della propria specificità ed autonomia, in poche parole come l’uomo descritto da Omero sia a tutti gli effetti un individuo, nel senso completo che diamo oggi a questo termine: questo tema non può essere esaurito in un unico post, e verrà quindi sviluppato anche in seguito, tuttavia possiamo cominciare ad accennare alla questione.

Continua a leggere

Distanza ed affetto

Nonostante la distanza che separa il mondo degli uomini da quello degli Dei, questi non sono indifferenti alle vicende umane. Invece di scandalizzarsi per la “beatitudine” e il distacco degli Dei, ci si dovrebbe soffermare su un aspetto ben più rilevante: anche se non possono morire, gli Dei possono comunque soffrire, sia nel corpo che nell’anima, a causa degli uomini, come ricorda Dione alla figlia Afrodite (Il. V, 383-384),

già abbiamo sofferto in molti noi che abitiamo l’Olimpo
da parte degli uomini, procurandoci l’un l’altro aspre sofferenze.

Continua a leggere

Zeus e la morte

Ad un certo punto della battaglia (Il. XII, 402-403) Zeus interviene per proteggere Sarpedone

 … ma Zeus allontanò le Dee della morte
da suo figlio, perché non fosse ucciso presso le poppe delle navi,

tuttavia il Cronide, pur a malincuore, non potrà fare niente per il figlio quando sarà giunta la sua ora. In quell’occasione (Il. XVI, 441-442), a Zeus che vorrebbe salvare dalla morte il figlio, Era domanda:

un uomo mortale, già prima votato al destino,
vorresti liberarlo dall’orrida morte?

E’ interessante il fatto che, in teoria, Zeus sarebbe in grado di salvare il figlio, altrimenti questa domanda non avrebbe senso; ma, da perfetto saggio stoico ante litteram non vuole andare contro il fato. Questa mirabile moderazione da parte del più potente degli Dei avrà sicuramente un impatto notevole sul pensiero degli uomini delle epoche successive: è naturale, pertanto, che si traggano delle conseguenze. Per prima cosa, se neppure il potentissimo Cronide può voler andare oltre i limiti, tanto meno dovrà essere concesso ad un uomo, per quanto potente esso sia.

Continua a leggere

Giustizia e vendetta

L’ultima parte dell’Odissea rivolge l’attenzione alla questione della vendetta e del diritto: al poeta certamente non sfugge il fatto che la gestione della conflittualità interna non possa basarsi su una continua serie di vendette e che sia quindi necessario porvi un limite. Tuttavia egli comprende che vendetta e diritto non sono necessariamente in antitesi: infatti, come scrive Adorno nella sua Interpretazione dell’Odissea «il diritto è la vendetta che rinuncia», ma la vendetta è la rivendicazione di un diritto e rinuncia solo a patto di ricevere soddisfazione altrimenti. Solo quando le parti s’impegnano al rispetto della legalità si può richiedere la rinuncia al diritto alla vendetta: diversamente si avrebbe la prevaricazione di una parte sull’altra, l’obbligo imposto alla vittima di accettare il sopruso e la violenza.

Continua a leggere

Etica

Quello dell’etica è stato sempre un argomento cruciale contro Omero, rimproveratogli fin dall’antichità, e ripreso dai commentatori moderni: l’aver attribuito agli Dei comportamenti quanto meno discutibili.

Ma l’Iliade e l’Odissea dimostrano esattamente il contrario: Omero, poeta profondamente religioso, ha lasciato, per chi lo voglia intendere, un messaggio intensamente etico ed un esempio ammirevole di come gli uomini possano essere pii, senza mostrare la benché minima traccia di servilismo, e di come possano confrontarsi con la propria condizione di mortali, senza diventare empi verso gli Dei.

L’etica ha per oggetto il comportamento, ma non quello occasionale, bensì quello abituale che, in quanto reiterato, si suppone fornito di una motivazione, di una riflessione a priori: inoltre non può prescindere dalla natura intrinseca del soggetto, quindi non può esserci un’etica valida per immortali e mortali, come non può esserci per uomini e animali. Esistono persone che antropomorfizzano gli animali in senso morale, ma al di là di una simbologia favolistica di stampo esopico sarebbe ingenuo e rozzo accusare una gatta di licenziosità, o una volpe di perfidia.

Continua a leggere

Walter Otto sugli Dei

Occorre tenere sempre presente che non è possibile ridurre gli Dei omerici a personificazioni di un aspetto isolato della realtà, fisica o psicologica che sia. Gli Dei non sono allegorie di fenomeni naturali, come alcuni hanno pensato: sarebbe banale e riduttivo vedere in Zeus un Dio della tempesta, in Poseidone la personificazione del mare o del terremoto, in Atena l’accorta decisione, e così via.

Come Walter Otto per primo ha messo molto giustamente in evidenza nel suo testo Gli Dei della Grecia, ogni divinità è in sé un mondo nella sua totalità e onnicomprensività. Omero «vide un mondo nel Dio e il Dio in tutto il mondo».

Continua a leggere

Due parole su Zeus…

Quando Zeus sanziona la sua promessa a Teti con un cenno del capo, il poeta con rapidi tratti ne mette in risalto la solennità (Il. I, 528-530):

disse e con i neri sopraccigli annuì il Cronide;
e allora le chiome d’ambrosia del sovrano ondeggiarono
dal capo immortale; fece tremare il vasto Olimpo.

Il discorso su Zeus è comprensibilmente troppo vasto per essere esaurito in un breve scritto: mi limiterò qui ad evidenziare le caratteristiche che fanno di questo dio un vero “signore degli Dei e degli uomini” e ad introdurre alcuni temi che verranno approfonditi maggiormente in post successivi. Desidero far notare come Omero riesca a dotare il supremo degli Dei di forte personalità pur non travalicando mai la misura: sia nelle passioni che nelle virtù non supera mai il limite.

Continua a leggere

Mito ed allegoria

Le interpretazioni di Omero in quanto “pensatore religioso” si dividono in due fondamentali posizioni, che comportano due diverse conclusioni: Omero credeva o non credeva nei suoi Dei? Chi pensa che ci credesse lo considera spesso un primitivo un po’ naïf, ma purtroppo anche empio dal momento che avrebbe attribuito agli Dei, oltre ad una forma fisica antropomorfa, alcuni di quelli che gli uomini considerano vizi. Taluni invece sostengono che egli fosse sostanzialmente ateo, o che volesse in realtà criticare la religione dei suoi contemporanei al fine di condurli a credenze più nobili, e che probabilmente a questo scopo si fosse lasciato prendere troppo la mano dalla parodia, oppure che parlasse per allegorie; quindi alcuni hanno sostenuto che semplicemente non credesse negli Dei, sui quali raccontava favolette da bambini, o che personificasse in tali Dei fenomeni naturali o stati psicologici.

Lo scopo naturalmente non è quello di valutare se Omero avesse ragione o torto a descrivere gli Dei in tal modo: più produttivo invece è comprendere le implicazioni del modo omerico di descrivere gli Dei, sia nelle sue conseguenze che nei suoi presupposti. Infatti, come i vari popoli si raffigurano i propri Dei dice molto sugli uomini che in tal modo se li rappresentano e su ciò che essi onorano come manifestazione del sublime.

Continua a leggere