Padri e figli

La società omerica tende a mantenere armonia tra le generazioni: nonostante il rispetto riconosciuto verso i più anziani, i rapporti tra vecchi e giovani sono ben più sfumati di un semplice prevalere degli uni sugli altri. Se l’anziano è rispettato, molto raramente prende decisioni cruciali, riservate agli uomini nel pieno del vigore. Esiste un mirabile equilibrio che consente di mantenere quel necessario rispetto che ispira l’emulazione delle virtù affermando, generalmente per bocca dei più anziani, che i vecchi erano migliori. Così, quando Agamennone vuole rimproverare Diomede, gli dice (Il. IV, 399-400):

tale era l’etolo Tideo; ma il figlio
lo ha generato inferiore a lui in battaglia, migliore invece in assemblea.

Ciò nonostante, gli uomini maturi non si sentono affatto intimoriti dagli illustri esempi dei padri, anzi a volte si considerano addirittura migliori, come dimostra la risposta di Stenelo ad Agamennone (Il. IV, 404-410):

Atride, non dire il falso conoscendo la verità;
certo noi ci vantiamo di essere molto migliori dei padri;
noi abbiamo espugnato Tebe dalle sette porte,
avendo condotto un esercito meno numeroso contro mura più forti,
confidando nei prodigi degli Dei e nell’aiuto di Zeus;
quelli invece sono andati in rovina per la loro empietà;
quindi non tenere i padri in considerazione quanto noi.

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Dei ed individualità

L’intervento degli Dei nelle vicende umane è molto frequente in Omero e questa costante presenza divina ha provocato un fondamentale fraintendimento in molti studiosi che hanno tratto da ciò la deduzione che l’uomo descritto dal poeta fosse pertanto privo di individualità e di introspezione psicologica. Niente di più sbagliato.

La religiosità omerica può essere letta più come una divinizzazione del reale, dell’Essere in tutta la sua completezza, piuttosto che un’enunciazione di ideali e speranze; questa visione coinvolge anche il complesso meccanismo che vede gli Dei entrare in rapporto coi moti dell’animo umano. E’ stato spesso fatto notare che l’uomo omerico manca di introspezione e che nel momento in cui gli viene in mente un’idea o prova un sentimento egli ne ascrive l’ispirazione ad una divinità: questa viene addotta a prova della primitività ed ingenuità del pensiero di Omero e del fatto che i suoi eroi non siano in realtà autonomi, bensì manipolati dalla divinità.

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Guerra e morte

Attribuire ad Omero un qualsivoglia compiacimento della morte oppure una visione “romantica” della battaglia è completamente fuorviante; basta considerare alcuni dei modi in cui il poeta descrive le morti degli eroi per rendersene conto:

le tenebre gli avvolsero gli occhi, cadde, come una torre, nella mischia violenta (Il. IV, 461-462); cadde dal carro, e subito lo afferrò la tenebra odiosa (Il. V, 47); cadde sulle ginocchia gemendo, e la morte lo avvolse (Il. V, 68); e sugli occhi lo invase la morte purpurea e il destino potente (Il. V, 82-83); e sugli occhi lo avvolse la notte tenebrosa (Il. V, 659); ed entrambi andarono sotto la terra (Il. VI, 19); ed essi giacevano sulla terra, molto più cari agli avvoltoi che alle spose (Il. XI, 161-162); ed egli caduto nella polvere strinse col pugno la terra (Il. XI, 425; XIII, 508); attorno a lui si sparse la morte distruttrice (Il. XIII, 544; XVI, 580); così allora mentre rantolava, l’animo coraggioso lasciò le ossa (Il. XX, 406)…

Pensare che l’Iliade sia un’esaltazione della guerra e che Omero si compiaccia delle carneficine che descrive è totalmente infondato e non trova alcun elemento di sostegno nel tono e nella sostanza del testo. Certo, né l’autore né i destinatari dei suoi versi erano pacifisti, ma forse per questo non erano ipocriti. Per lo più si trattava di persone che avevano combattuto o che nella loro vita, prima o poi, lo avrebbero fatto e amavano sentir raccontare esattamente le cose come stanno, la realtà della battaglia. Continua a leggere

Destino e carattere

In Omero esiste una dialettica sottile tra destino, intervento divino, carattere e decisioni degli uomini. Per esempio, la morte di Ettore avviene per decreto del fato, al quale neppure Zeus, pur a malincuore, può opporsi. Atena ed Achille saranno, per così dire, gli agenti occasionali (Il. XV, 612-614):

… infatti doveva avere vita breve;
già gli apprestava il giorno fatale
Pallade Atena con la forza del Pelide.

Lo stesso Ettore, d’altra parte, era consapevole del fatto che (Il. VI, 487-489)

nessun uomo mi manderà nell’Ade contro il fato;
e ti assicuro che nessuno degli uomini è sfuggito al destino,
né il vile, né il valoroso, dopo che è nato.

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Interiorità ed azione

Spesso è stato rilevato come Omero non indaghi i recessi più reconditi dell’animo umano; egli tuttavia riesce magistralmente a delineare con pochi tratti i moti dell’anima di ogni personaggio, anche il più oscuro.

Per contestualizzare in modo opportuno il discorso occorre far rilevare un aspetto essenziale, troppo spesso ignorato. Il fatto che l’Iliade sia commentata ed analizzata come opera letteraria fa scordare che si tratta pur sempre di un poema epico, e cioè del racconto delle gesta di uomini d’azione, genere letterario diverso dalle Confessioni o dai Pensieri di uomini per lo più volti alla “contemplazione”. Non che gli uomini d’azione non possano anche dedicarsi alla riflessione su se stessi e sulla propria anima, come in effetti faranno Marco Aurelio e Giuliano, per fare solo alcuni esempi antichi, ma non prendere in considerazione il fatto che il tema dell’Iliade esula per sua natura da questo genere di opere sarebbe assurdo quanto svalutare un trattato filosofico perché non vi si trovano descrizioni di battaglie.

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L’onore degli uomini

Il mondo degli eroi di Omero è una società civile, una società regolata da un preciso codice etico: non è la forza a dettare legge, ma il senso dell’onore.

Lucien Febvre ha sintetizzato con parole estremamente efficaci in che cosa consista il senso dell’onore:

ma cos’è dunque il senso vero dell’onore? L’onore è innanzitutto un rifiuto, un rifiuto di scendere a patti con ciò che è brutto, basso, volgare, interessato, non gratuito; un rifiuto di inchinarsi dinanzi alla forza in quanto tale; dinanzi alla pace in quanto tale; dinanzi alla fortuna in quanto tale. L’onore implica, in colui che lo porta in sé, un senso altero e risoluto del rischio, del gioco in cui si rischia di perdere la vita o di guadagnarsi la stima dei propri pari, un senso tragico del destino e al tempo stesso della dignità nella cattiva sorte…
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Uno e molteplice

Il politeismo omerico non elimina di principio l’idea di un’unità che racchiuda in sé la molteplicità: da questo punto di vista non ha una carenza rispetto al monoteismo, bensì un arricchimento, non gli è estranea nella figura di Zeus l’idea di una divinità suprema trascendente, ma al contempo accetta il molteplice senza esclusivismi intolleranti, consentendo ad ogni manifestazione del reale un suo degno posto nell’ordine del cosmo.

Il monoteismo introduce invece il nichilismo escludendo la molteplicità del reale, nel tentativo di mantenere unicamente l’eternità ed immutabilità dell’essere, poiché al di fuori di Dio che solo può fregiarsi dell’essere, tutto il resto, in particolare le manifestazioni sensibili del divenire, finisce con l’apparire un nulla. Per il monoteismo, a parte il Dio supremo, tutto è un mezzo, mentre per il politeismo, qui rappresentato da Omero, ogni ente è manifestazione di un’essenza, in ultima istanza, sacra.

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