Zeus e il potere

Ogni essere individuale mira al proprio utile e sarebbe ingenuo aspettarsi il contrario. Di ciò Omero è consapevole e non si aspetta qualcosa di diverso, né dagli uomini né dagli Dei. Tuttavia, il detentore della sovranità, quella divina in primo luogo, non può agire come un semplice privato. Il potere di Zeus è legittimo proprio per il suo ruolo di tutela dell’ordinamento del mondo, a prescindere dall’interesse individuale. I sovrani cosmici precedenti non si curavano di trascendere il proprio utile, al punto di trasformarsi in nemici dei loro stessi figli; con Zeus invece, il corretto e legittimo esercizio del potere si individua nella capacità di mediare e conciliare le sfere particolari di ogni divinità, non sulla base di un arbitrio che sarebbe ugualmente tirannico, ma sulla base di una legge a lui stesso esterna.

Da questo punto di vista i primi matrimoni mitici di Zeus sono illuminanti; infatti, attraverso le relazioni di parentela – genitori, fratelli, matrimoni e prole – il mito illustra i collegamenti profondi tra i diversi aspetti del reale. Come prima moglie del sovrano degli Dei quindi si ricorda Metis, l’intelligenza astuta, di cui il detentore dalla sovranità ha bisogno per prevenire le eventuali minacce all’ordine cosmico che egli tutela; Metis viene inghiottita da Zeus, dal momento che la saggezza deve essere parte costituente del potere. In seconde nozze Zeus sposa Themis, la Dea del saggio consiglio ed interprete delle leggi fondanti dell’ordine cosmico; questa Dea siede sempre accanto a Zeus per consigliarlo, ma ne resta indipendente, poiché il fondamento della legge deve essere esterno al detentore della sovranità. Themis genera le Moire – custodi del destino e del limite di ogni cosa – e le Hore – che a loro volta presiedono ai ritmi delle stagioni e alle assemblee, indicando come ordine cosmico, naturale e politico siano in origine strettamente collegati.

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Antropomorfismo e democrazia

Omero è spesso stato criticato per aver attribuito ai propri Dei un aspetto umano. Il filosofo Senofane, vissuto nel VI secolo aC, criticava l’antropomorfismo degli Dei con la strana osservazione che se buoi e cavalli avessero la possibilità di rappresentare gli Dei li rappresenterebbero come buoi o cavalli; ciò porta in realtà ad una conclusione opposta a quella che il filosofo vorrebbe suggerirci, e infatti non è un caso che solo l’uomo tra tutti gli esseri viventi abbia coscienza del divino e che quindi lo possa rappresentare. Il raffigurarlo “a sua immagine” è una conseguenza naturale del fatto che gli uomini avevano percepito in sé quell’affinità che consentiva loro di concepire la divinità: un vero filosofo avrebbe dovuto almeno chiedersi perché buoi e cavalli non rappresentassero gli Dei, e trarne le logiche conseguenze.

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Mito ed allegoria

Le interpretazioni di Omero in quanto “pensatore religioso” si dividono in due fondamentali posizioni, che comportano due diverse conclusioni: Omero credeva o non credeva nei suoi Dei? Chi pensa che ci credesse lo considera spesso un primitivo un po’ naïf, ma purtroppo anche empio dal momento che avrebbe attribuito agli Dei, oltre ad una forma fisica antropomorfa, alcuni di quelli che gli uomini considerano vizi. Taluni invece sostengono che egli fosse sostanzialmente ateo, o che volesse in realtà criticare la religione dei suoi contemporanei al fine di condurli a credenze più nobili, e che probabilmente a questo scopo si fosse lasciato prendere troppo la mano dalla parodia, oppure che parlasse per allegorie; quindi alcuni hanno sostenuto che semplicemente non credesse negli Dei, sui quali raccontava favolette da bambini, o che personificasse in tali Dei fenomeni naturali o stati psicologici.

Lo scopo naturalmente non è quello di valutare se Omero avesse ragione o torto a descrivere gli Dei in tal modo: più produttivo invece è comprendere le implicazioni del modo omerico di descrivere gli Dei, sia nelle sue conseguenze che nei suoi presupposti. Infatti, come i vari popoli si raffigurano i propri Dei dice molto sugli uomini che in tal modo se li rappresentano e su ciò che essi onorano come manifestazione del sublime.

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