Etica e morte

Un motivo di fraintendimento della religiosità omerica, spesso criticata dai pensatori successivi, è dipeso dal fatto che per il poeta il momento della descrizione degli episodi “divini” è quello in cui, almeno apparentemente, egli si prende maggiori libertà: ciò è sembrato quanto mai strano ai successori, per i quali invece l’ambito del divino sarà proprio quello che consentirà minori libertà, poiché sarà cambiato il rapporto tra Dei ed uomini. Il fatto è che Omero non contempla un premio per la virtù che non sia la memoria lasciata alle generazioni future. Ma agli uomini delle epoche successive questo comincia a pesare: essi esigono sempre più dagli Dei che le virtù siano premiate e i vizi puniti. E’ anche la loro estrazione sociale, per così dire, ad essere mutata rispetto agli eroi omerici e ai principali fruitori dell’epos: a costoro bastava sapere che il loro valore sarebbe stato ricordato, servendo di esempio ai posteri, e contro l’ingiustizia altrui sapevano e potevano farsi vendetta, con l’aiuto degli Dei. Ma i lavoratori come Esiodo, di classe media o bassa, mancano spesso della forza di far trionfare la virtù in questa vita e per loro mano, e così non possono far altro che sperare che gli Dei puniranno gli ingiusti in un futuro o nell’aldilà. Continua a leggere

Guerra e morte

Attribuire ad Omero un qualsivoglia compiacimento della morte oppure una visione “romantica” della battaglia è completamente fuorviante; basta considerare alcuni dei modi in cui il poeta descrive le morti degli eroi per rendersene conto:

le tenebre gli avvolsero gli occhi, cadde, come una torre, nella mischia violenta (Il. IV, 461-462); cadde dal carro, e subito lo afferrò la tenebra odiosa (Il. V, 47); cadde sulle ginocchia gemendo, e la morte lo avvolse (Il. V, 68); e sugli occhi lo invase la morte purpurea e il destino potente (Il. V, 82-83); e sugli occhi lo avvolse la notte tenebrosa (Il. V, 659); ed entrambi andarono sotto la terra (Il. VI, 19); ed essi giacevano sulla terra, molto più cari agli avvoltoi che alle spose (Il. XI, 161-162); ed egli caduto nella polvere strinse col pugno la terra (Il. XI, 425; XIII, 508); attorno a lui si sparse la morte distruttrice (Il. XIII, 544; XVI, 580); così allora mentre rantolava, l’animo coraggioso lasciò le ossa (Il. XX, 406)…

Pensare che l’Iliade sia un’esaltazione della guerra e che Omero si compiaccia delle carneficine che descrive è totalmente infondato e non trova alcun elemento di sostegno nel tono e nella sostanza del testo. Certo, né l’autore né i destinatari dei suoi versi erano pacifisti, ma forse per questo non erano ipocriti. Per lo più si trattava di persone che avevano combattuto o che nella loro vita, prima o poi, lo avrebbero fatto e amavano sentir raccontare esattamente le cose come stanno, la realtà della battaglia. Continua a leggere

Destino e carattere

In Omero esiste una dialettica sottile tra destino, intervento divino, carattere e decisioni degli uomini. Per esempio, la morte di Ettore avviene per decreto del fato, al quale neppure Zeus, pur a malincuore, può opporsi. Atena ed Achille saranno, per così dire, gli agenti occasionali (Il. XV, 612-614):

… infatti doveva avere vita breve;
già gli apprestava il giorno fatale
Pallade Atena con la forza del Pelide.

Lo stesso Ettore, d’altra parte, era consapevole del fatto che (Il. VI, 487-489)

nessun uomo mi manderà nell’Ade contro il fato;
e ti assicuro che nessuno degli uomini è sfuggito al destino,
né il vile, né il valoroso, dopo che è nato.

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Distanza ed affetto

Nonostante la distanza che separa il mondo degli uomini da quello degli Dei, questi non sono indifferenti alle vicende umane. Invece di scandalizzarsi per la “beatitudine” e il distacco degli Dei, ci si dovrebbe soffermare su un aspetto ben più rilevante: anche se non possono morire, gli Dei possono comunque soffrire, sia nel corpo che nell’anima, a causa degli uomini, come ricorda Dione alla figlia Afrodite (Il. V, 383-384),

già abbiamo sofferto in molti noi che abitiamo l’Olimpo
da parte degli uomini, procurandoci l’un l’altro aspre sofferenze.

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Atena e la morte di Ettore

Un episodio spesso contestato, nel quale l’intervento divino è parso a molti commentatori particolarmente crudele, è il racconto dell’aiuto fornito da Atena ad Achille contro Ettore. Anche Zeus aveva espresso il proprio rammarico per il destino dell’eroe troiano, e perfino Apollo, protettore di Ettore, deve abbandonarlo quando il piatto della bilancia che regge il fato dell’eroe scende verso l’Ade. Mentre Apollo si allontana da Ettore, ormai votato al suo destino, Atena interviene in aiuto di Achille: la Dea prende le sembianze di Deifobo e convince Ettore a fermarsi per affrontare l’avversario.

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Zeus e la morte

Ad un certo punto della battaglia (Il. XII, 402-403) Zeus interviene per proteggere Sarpedone

 … ma Zeus allontanò le Dee della morte
da suo figlio, perché non fosse ucciso presso le poppe delle navi,

tuttavia il Cronide, pur a malincuore, non potrà fare niente per il figlio quando sarà giunta la sua ora. In quell’occasione (Il. XVI, 441-442), a Zeus che vorrebbe salvare dalla morte il figlio, Era domanda:

un uomo mortale, già prima votato al destino,
vorresti liberarlo dall’orrida morte?

E’ interessante il fatto che, in teoria, Zeus sarebbe in grado di salvare il figlio, altrimenti questa domanda non avrebbe senso; ma, da perfetto saggio stoico ante litteram non vuole andare contro il fato. Questa mirabile moderazione da parte del più potente degli Dei avrà sicuramente un impatto notevole sul pensiero degli uomini delle epoche successive: è naturale, pertanto, che si traggano delle conseguenze. Per prima cosa, se neppure il potentissimo Cronide può voler andare oltre i limiti, tanto meno dovrà essere concesso ad un uomo, per quanto potente esso sia.

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