La guerra per Omero

Senza dubbio la guerra riveste una parte importante nei poemi di Omero e nelle vite dei suoi eroi, come dice Odisseo quando ricorda ad Agamennone che a loro Zeus «dalla giovinezza fino alla vecchiaia ha dato sostenere terribili guerre, finché ciascuno non sia morto» (Il. XIV, 84-87). Questo viene presentato come un dato di fatto, più subìto che desiderato dagli uomini; mai in Omero viene espressa o suggerita la possibilità che la guerra sia preferibile alla pace.

Menelao critica la sete di battaglia dei nemici, che a suo parere travalica la normale bellicosità degli uomini (Il. XIII, 631-635):

… uomini tracotanti,
i Troiani, il cui animo è sempre insolente, né possono
saziarsi di strage nella guerra uguale per tutti.

Ci si sazia di sonno, di amore, di canti e di danze anche se tutte queste cose sono più desiderabili della guerra, prosegue l’Atride. Tuttavia non vi è motivo di trasformare quella che è una semplice osservazione dettata dal buon senso in una specie di ‘contestazione’ della società, come sostiene M.S. Mirto: «tutto il discorso di Menelao si configura così, in modo sorprendente e per voce di chi è personalmente coinvolto nella causa scatenante del conflitto, come il ridimensionamento di una concezione eroica della guerra come valore assoluto».

Omero non dice mai che la guerra sia un valore, tanto meno assoluto, essa è piuttosto un’attività umana da compiersi in accordo con il valore che ciascuno assegna a se stesso. La concezione eroica non è caratterizzata dal fatto di considerare «la guerra come un valore assoluto», ammesso che questa espressione significhi qualcosa. La guerra, come la pace, non è un valore, ma una condizione: una sistematica scala di valori è quanto ci possa essere di più alieno dal mondo omerico, la cui dimestichezza con l’azione, sempre strettamente connessa al pensiero e alla parola, rende ancora superflua un’insidiosa astrazione. L’attenzione di Omero, come dei suoi eroi, non è attratta principalmente dagli avvenimenti in sé, ma dai comportamenti umani; la guerra o la pace sono lo sfondo dell’azione dei singoli e delle comunità, ma la cosa importante è come gli uomini affrontano le varie situazioni della vita, o come gli Dei eventualmente intervengono in esse. Continua a leggere

Il nemico in Omero

In quanto poema di guerra, nell’Iliade si parla naturalmente più volte dei nemici. Generalmente il termine usato per indicare i nemici è οἱ δήιοι (Il. IX, 76). Δήιος è originariamente un aggettivo e significa “distruttore, ostile, micidiale”, usato anche per indicare il dio della guerra, δήιος Ἅρης, e infatti è più frequente trovarlo come aggettivo, δήιος ἁνήρ (Il. VI, 481), da δαίω, “incendio, metto a fuoco”. Δηιοτής è sinonimo di πόλεμος e μάχη, nel senso di “distruzione”, mentre δειόω significa “uccido, faccio strage, devasto, saccheggio”.

Un altro modo per dire “nemici” è ἄνδρες δυσμενέες, “uomini avversi, ostili” (Il. X, 40, 100, 193, 221). I nemici sono θυμοραιστές, “rovinosi, distruggitori della vita” (Il. XVI, 591), come la morte, θάνατος θυμοραιστής (Il. XVI, 580).

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