Etica e morte

Un motivo di fraintendimento della religiosità omerica, spesso criticata dai pensatori successivi, è dipeso dal fatto che per il poeta il momento della descrizione degli episodi “divini” è quello in cui, almeno apparentemente, egli si prende maggiori libertà: ciò è sembrato quanto mai strano ai successori, per i quali invece l’ambito del divino sarà proprio quello che consentirà minori libertà, poiché sarà cambiato il rapporto tra Dei ed uomini. Il fatto è che Omero non contempla un premio per la virtù che non sia la memoria lasciata alle generazioni future. Ma agli uomini delle epoche successive questo comincia a pesare: essi esigono sempre più dagli Dei che le virtù siano premiate e i vizi puniti. E’ anche la loro estrazione sociale, per così dire, ad essere mutata rispetto agli eroi omerici e ai principali fruitori dell’epos: a costoro bastava sapere che il loro valore sarebbe stato ricordato, servendo di esempio ai posteri, e contro l’ingiustizia altrui sapevano e potevano farsi vendetta, con l’aiuto degli Dei. Ma i lavoratori come Esiodo, di classe media o bassa, mancano spesso della forza di far trionfare la virtù in questa vita e per loro mano, e così non possono far altro che sperare che gli Dei puniranno gli ingiusti in un futuro o nell’aldilà. Continua a leggere

Storico e “metastorico” in Omero

La mancanza di dogmatismo, che Omero ha trasmesso al politeismo greco, ha consentito anche alle epoche successive di trarre ispirazione dai poemi per quanto riguardava gli elementi positivi, tralasciando senza traumi quegli aspetti che costituivano una specifica visione dell’epoca. Ad esempio, in età classica Omero era il punto di riferimento educativo di tutte le città greche, compresa la democratica Atene, dove sentir parlare di “re” doveva fare lo stesso effetto che parlare di repubblica ad un congresso della Santa Alleanza: eppure i poemi omerici non fanno che narrare le eroiche gesta di re e di principi, glorificandone le stirpi ed il poeta in un’occasione fa dire ad Odisseo «non regneremo mica tutti qui noi Achei» (Il. II, 203). Il fatto è che i liberi cittadini delle repubbliche classiche sentivano di poter tranquillamente astrarre dagli aspetti più propriamente “storici” dei poemi, legati al contingente, per trarne invece il contenuto universale ed eterno. Ma questo è stato possibile soltanto perché Omero ha trasmesso il suo messaggio senza pretendere di fissare per sempre un’immutabile visione degli Dei, dell’uomo e della società: né lui lo ha voluto, né probabilmente i suoi ascoltatori glielo avrebbero permesso.

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Dei ed individualità

L’intervento degli Dei nelle vicende umane è molto frequente in Omero e questa costante presenza divina ha provocato un fondamentale fraintendimento in molti studiosi che hanno tratto da ciò la deduzione che l’uomo descritto dal poeta fosse pertanto privo di individualità e di introspezione psicologica. Niente di più sbagliato.

La religiosità omerica può essere letta più come una divinizzazione del reale, dell’Essere in tutta la sua completezza, piuttosto che un’enunciazione di ideali e speranze; questa visione coinvolge anche il complesso meccanismo che vede gli Dei entrare in rapporto coi moti dell’animo umano. E’ stato spesso fatto notare che l’uomo omerico manca di introspezione e che nel momento in cui gli viene in mente un’idea o prova un sentimento egli ne ascrive l’ispirazione ad una divinità: questa viene addotta a prova della primitività ed ingenuità del pensiero di Omero e del fatto che i suoi eroi non siano in realtà autonomi, bensì manipolati dalla divinità.

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Dei e uomini

Quando Apollo vuole dissuadere Diomede, risoluto ad uccidere Enea pur sapendo quale Dio lo protegge, prima lo respinge, colpendolo sullo scudo, e poi (Il. V, 439-444)

levando un terribile grido disse Apollo che colpisce da lontano:
Bada, Tidide, ritirati, e non
voler pensare come gli Dei, poiché non è mai uguale la stirpe
degli Dei immortali e degli uomini che si muovono sulla terra.
Così diceva, e il Tidide indietreggiò un po’,
schivando l’ira di Apollo arciere.

Si riconosce qui lo stesso Dio sul cui tempio, arrivando, il visitatore leggeva le famose parole «conosci te stesso». Apollo infatti non è solo il Dio che colpisce da lontano, è anche tra gli Dei quello che più sente la distanza che separa gli immortali dagli uomini, poiché è lui spesso a farla notare, come nella battaglia tra gli Dei, quando rifiuterà di battersi contro lo zio Poseidone (Il XXI, 463-466) a causa dei

 … mortali
infelici, che simili alle foglie ora
appaiono ardentissimi, mangiando i frutti della terra,
ora invece periscono esanimi…

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Guerra e morte

Attribuire ad Omero un qualsivoglia compiacimento della morte oppure una visione “romantica” della battaglia è completamente fuorviante; basta considerare alcuni dei modi in cui il poeta descrive le morti degli eroi per rendersene conto:

le tenebre gli avvolsero gli occhi, cadde, come una torre, nella mischia violenta (Il. IV, 461-462); cadde dal carro, e subito lo afferrò la tenebra odiosa (Il. V, 47); cadde sulle ginocchia gemendo, e la morte lo avvolse (Il. V, 68); e sugli occhi lo invase la morte purpurea e il destino potente (Il. V, 82-83); e sugli occhi lo avvolse la notte tenebrosa (Il. V, 659); ed entrambi andarono sotto la terra (Il. VI, 19); ed essi giacevano sulla terra, molto più cari agli avvoltoi che alle spose (Il. XI, 161-162); ed egli caduto nella polvere strinse col pugno la terra (Il. XI, 425; XIII, 508); attorno a lui si sparse la morte distruttrice (Il. XIII, 544; XVI, 580); così allora mentre rantolava, l’animo coraggioso lasciò le ossa (Il. XX, 406)…

Pensare che l’Iliade sia un’esaltazione della guerra e che Omero si compiaccia delle carneficine che descrive è totalmente infondato e non trova alcun elemento di sostegno nel tono e nella sostanza del testo. Certo, né l’autore né i destinatari dei suoi versi erano pacifisti, ma forse per questo non erano ipocriti. Per lo più si trattava di persone che avevano combattuto o che nella loro vita, prima o poi, lo avrebbero fatto e amavano sentir raccontare esattamente le cose come stanno, la realtà della battaglia. Continua a leggere

Da Omero a Sofocle

In Omero gli Dei sono favorevoli alla giustizia e ostili al suo contrario, ma la norma etica non proviene da essi, bensì dalla nostra specifica natura di uomini: gli Dei l’apprezzano in quanto è apprezzabile di per sé e questo accomuna Dei ed uomini giusti. Gli Dei non impongono una morale agli uomini; ciò non significa affatto un’assenza di senso etico, anzi, è la più chiara dimostrazione della profonda moralità di un popolo che evidentemente percepisce la distinzione tra bene e male come una propria caratteristica “umana”, non un qualcosa di estraneo giunto a noi dall’esterno.

Che ci siano civiltà nelle quali non sia necessario far discendere dalla divinità stessa le norme del vivere civile va decisamente a loro onore: esse hanno qualcosa in più, non qualcosa in meno. Nell’Iliade nessun Dio dice come ci si deve comportare poiché è evidente che gli uomini lo sanno autonomamente – al massimo hanno talvolta bisogno che qualcuno, uomo o Dio, glielo ricordi – , e sono la ragione e l’utilità manifesta ad indurre gli individui e i gruppi a rispettare le norme del vivere civile, non il timore di una punizione divina. Indubbiamente, gli Dei apprezzano queste norme e gli Achei sono convinti che Zeus non potrà dare la vittoria ai violatori dei patti di ospitalità: non può non esserci un accordo tra Dei e uomini su ciò che è giusto, poiché la giustizia si mostra da sé. L’etica per gli eroi di Omero non è frutto di opinione o di convenienza: essi sanno ciò che è giusto in quanto ogni uomo in possesso delle proprie facoltà mentali ne è consapevole, anche quando conviene loro seguire un’altra strada. Non ignorano neppure il fatto che l’ingiusto potrà pure fare uso di tutte le astuzie della sua mente, ma riuscirà ad ingannare altri uomini e forse anche se stesso, ma non gli Dei.

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Sull’onnipotenza divina

Ad Omero non è ignoto il senso dell’infinitezza e dell’immensità dell’universo, del cielo e del mare; tuttavia in questa immensità di fronte alla quale l’uomo percepisce fortemente la propria limitatezza, il poeta scorge comunque lo spirito ordinatore della divinità. Anche se il potere degli Dei è grandioso ed immenso, correttamente essi non sono onnipotenti poiché il limite – concetto così caro a tutto il pensiero greco – è un elemento imprescindibile per ogni cosa esistente.

Non che Omero ignori l’idea di un’onnipotenza divina; egli infatti dice «gli Dei possono tutto» (Od. X, 306). Non è una “carenza” dell’animo religioso di Omero, o una sua mancanza di fantasia, aver voluto moderare l’onnipotenza divina: è il frutto di precisa riflessione aver attribuito agli Dei, di per se stessi onnipotenti almeno in via di principio, un rispetto volontario e da essi liberamente accettato da una parte per la legge di natura impersonata dalla Moira e dall’altra per l’azione degli uomini.

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Uomo omerico ed Homo Sapiens

Per poter parlare di etica è necessario che il soggetto agente sia consapevole di se stesso ed in grado di autodeterminarsi: può sembrare strano a chi abbia effettivamente letto Omero, ma tale consapevolezza ed autodeterminazione è stata spesso negata dai moderni studiosi agli eroi omerici. Mi sembra necessario perciò mostrare quanto siano rilevanti nei poemi le caratteristiche individuali dei singoli, quanto essi siano coscienti della propria specificità ed autonomia, in poche parole come l’uomo descritto da Omero sia a tutti gli effetti un individuo, nel senso completo che diamo oggi a questo termine: questo tema non può essere esaurito in un unico post, e verrà quindi sviluppato anche in seguito, tuttavia possiamo cominciare ad accennare alla questione.

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Distanza ed affetto

Nonostante la distanza che separa il mondo degli uomini da quello degli Dei, questi non sono indifferenti alle vicende umane. Invece di scandalizzarsi per la “beatitudine” e il distacco degli Dei, ci si dovrebbe soffermare su un aspetto ben più rilevante: anche se non possono morire, gli Dei possono comunque soffrire, sia nel corpo che nell’anima, a causa degli uomini, come ricorda Dione alla figlia Afrodite (Il. V, 383-384),

già abbiamo sofferto in molti noi che abitiamo l’Olimpo
da parte degli uomini, procurandoci l’un l’altro aspre sofferenze.

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Zeus e la morte

Ad un certo punto della battaglia (Il. XII, 402-403) Zeus interviene per proteggere Sarpedone

 … ma Zeus allontanò le Dee della morte
da suo figlio, perché non fosse ucciso presso le poppe delle navi,

tuttavia il Cronide, pur a malincuore, non potrà fare niente per il figlio quando sarà giunta la sua ora. In quell’occasione (Il. XVI, 441-442), a Zeus che vorrebbe salvare dalla morte il figlio, Era domanda:

un uomo mortale, già prima votato al destino,
vorresti liberarlo dall’orrida morte?

E’ interessante il fatto che, in teoria, Zeus sarebbe in grado di salvare il figlio, altrimenti questa domanda non avrebbe senso; ma, da perfetto saggio stoico ante litteram non vuole andare contro il fato. Questa mirabile moderazione da parte del più potente degli Dei avrà sicuramente un impatto notevole sul pensiero degli uomini delle epoche successive: è naturale, pertanto, che si traggano delle conseguenze. Per prima cosa, se neppure il potentissimo Cronide può voler andare oltre i limiti, tanto meno dovrà essere concesso ad un uomo, per quanto potente esso sia.

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Etica

Quello dell’etica è stato sempre un argomento cruciale contro Omero, rimproveratogli fin dall’antichità, e ripreso dai commentatori moderni: l’aver attribuito agli Dei comportamenti quanto meno discutibili.

Ma l’Iliade e l’Odissea dimostrano esattamente il contrario: Omero, poeta profondamente religioso, ha lasciato, per chi lo voglia intendere, un messaggio intensamente etico ed un esempio ammirevole di come gli uomini possano essere pii, senza mostrare la benché minima traccia di servilismo, e di come possano confrontarsi con la propria condizione di mortali, senza diventare empi verso gli Dei.

L’etica ha per oggetto il comportamento, ma non quello occasionale, bensì quello abituale che, in quanto reiterato, si suppone fornito di una motivazione, di una riflessione a priori: inoltre non può prescindere dalla natura intrinseca del soggetto, quindi non può esserci un’etica valida per immortali e mortali, come non può esserci per uomini e animali. Esistono persone che antropomorfizzano gli animali in senso morale, ma al di là di una simbologia favolistica di stampo esopico sarebbe ingenuo e rozzo accusare una gatta di licenziosità, o una volpe di perfidia.

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Due parole su Zeus…

Quando Zeus sanziona la sua promessa a Teti con un cenno del capo, il poeta con rapidi tratti ne mette in risalto la solennità (Il. I, 528-530):

disse e con i neri sopraccigli annuì il Cronide;
e allora le chiome d’ambrosia del sovrano ondeggiarono
dal capo immortale; fece tremare il vasto Olimpo.

Il discorso su Zeus è comprensibilmente troppo vasto per essere esaurito in un breve scritto: mi limiterò qui ad evidenziare le caratteristiche che fanno di questo dio un vero “signore degli Dei e degli uomini” e ad introdurre alcuni temi che verranno approfonditi maggiormente in post successivi. Desidero far notare come Omero riesca a dotare il supremo degli Dei di forte personalità pur non travalicando mai la misura: sia nelle passioni che nelle virtù non supera mai il limite.

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