Uomo ed eroe

In Omero non esiste traccia della leggenda secondo la quale la madre di Achille avrebbe tentato di rendere il figlio invulnerabile immergendolo nelle acque dello Stige, lasciando però il tallone come unico punto mortale. Al contrario è evidente che nell’Iliade Achille è vulnerabile come tutti gli altri uomini, quando è privo dell’armatura si astiene dal combattere, si protegge con lo scudo come tutti gli altri, la madre è assolutamente consapevole di avere un figlio mortale, sa addirittura che avrà breve vita. Omero non avrebbe potuto considerare vero eroe un tizio quasi invulnerabile, essendo tale condizione incompatibile con l’eroismo: non so da dove sia nata l’altra versione su Achille, ma certamente Omero ci ha presentato quella migliore e più nobile.

Achille è quindi un uomo, ma non un uomo “come tutti gli altri”. E’ l’unico degli eroi che suona e canta, mostrando di saper esercitare arti non solo guerresche, ma anche spirituali e Omero dice di lui che è stato allevato con tutte le attenzioni, per essere il primo in battaglia e in consiglio. Euripide nell’Ifigenia in Aulide dice che Achille fu allevato «da Chirone, perché crescesse lontano dai vizi e dai costumi degli uomini» e Filostrato nell’Eroico, (48, 5) afferma che il figlio di Teti «fu il più giusto degli eroi sia per il suo carattere, sia grazie alla compagnia di Chirone, e da ciò gli derivava anche il disprezzo dei bene materiali»: Fenice nell’Iliade ci informa che il vecchio Peleo inviò il figlio Achille ancora giovanissimo da Agamennone, perché partecipasse alla guerra (Il. IX, 440-443):

bambino, inesperto della guerra imparziale,
e delle assemblee, dove gli uomini si mettono in vista,
per questo  mi mandò ad insegnarti tutte queste cose,
perché tu fossi oratore di discorsi ed esecutore di azioni.

Anche la versione che voleva Achille allevato dal centauro Chirone, ne metteva in evidenza un’educazione particolarmente curata. Achille non è affatto un bruto come è stato spesso descritto: il suo carattere è impulsivo, ma non privo di discernimento. Non condivido l’opinione di Jacqueline de Romilly quando dice che «mentre Achille appare quasi sempre come una forza della natura, Ettore ha il lucido coraggio del guerriero formato ad una buona scuola, dell’uomo completo».

Sembra essere stato molto più semplice agli uomini delle epoche successive capire Ettore che non Achille. Certamente Ettore è uno degli eroi che suscitano maggiore simpatia: è il difensore della sua città assediata, baluardo dei concittadini, figlio padre marito affettuoso, valoroso guerriero. Difficile trovargli un difetto: forse talvolta un po’ di presunzione, ma gliela possiamo anche perdonare! Tuttavia non è un personaggio “tragico” come vorrebbe Vidal-Naquet quando sostiene che «in un certo senso, l’Iliade potrebbe intitolarsi ‹la tragedia di Ettore› (l’espressione appartiene allo studioso americano James Redfield) tanto più perché la sorte di Achille non è ancora sancita quando il poema si compie».

Al contrario, è più volte ribadito nel poema che, dopo quella di Ettore, la morte di Achille è certa, e l’eroe acheo lo sa. Anche Socrate, portando proprio Achille ad esempio di virtù nell’Apologia (28 B-D), fa espressamente riferimento alla sua consapevolezza della morte prossima:

qualcuno potrebbe forse dirmi: «Allora, o Socrate, non ti vergogni di esserti dedicato a questa attività, per la quale sei in pericolo di morire?»
A questi potrei rispondere con un giusto ragionamento: «Non dici bene, o amico, se tu ritieni che un uomo che possa essere di qualche giovamento anche piccolo, debba tener conto altresì anche del pericolo della vita o del morire e non debba, invece, quando agisce, guardare solo a questo, ossia se possa fare cose giuste o ingiuste, e se le sue azioni sono azioni di un uomo buono, oppure di un uomo cattivo. Se si sta al tuo ragionamento, sarebbero state persone di poco valore tutti quei semidei che sono morti a Troia. E come gli altri anche il figlio di Tetide, il quale, invece di sopportare l’infamia, disprezzò il pericolo a tal punto che, allorché la madre, che era dea, disse a lui che desiderava ardentemente di uccidere Ettore, all’incirca così: “O figlio, se tu vendicherai la morte del tuo amico Patroclo e ucciderai Ettore, morirai anche tu, perché a quello di Ettore subito segue già pronto il tuo destino”, nell’ascoltare queste parole non si diede pensiero del pericolo e della morte. E invece, temendo molto di più il vivere da codardo e il non vendicare l’amico, disse: “Che io muoia subito, non appena abbia punito chi ha commesso la colpa, e che non rimanga qui deriso presso le curve navi, e inutile peso della terra”. E allora, o amico, pensi che egli si sia preoccupato per la morte e per il pericolo?»
Così stanno le cose, o cittadini ateniesi, secondo la verità: al posto in cui uno collochi se medesimo, considerandolo il migliore, o in cui sia stato collocato da chi ha il comando, proprio qui io penso debba restare e affrontare i pericoli, e non tener conto della morte né di nessun altra cosa piuttosto che del disonore.

Come si può notare nelle parole di Socrate, è proprio la certezza della morte che fa in questo caso di Achille un esempio di virtù: la fine della sua vita come conseguenza del perseverare nella decisione di vendicare Patroclo a danno di Ettore è un dato sicuro, non un semplice rischio.

Vidal-Naquet  in seguito osserva: «e, tuttavia, Ettore, nell’insieme delle tragedie conservate, non appare come un eroe tragico, senza dubbio perché nel frattempo è diventato ‹barbaro› … Achille l’ha spuntata definitivamente su Ettore».

A parte il fatto che non risulta in nessun modo che Ettore sia stato mai considerato “barbaro”, ciò non avrebbe automaticamente escluso la possibilità di vederlo come una figura tragica: Eschilo ha dedicato un’intera tragedia ai “barbari” Persiani, Euripide alle Troiane, e come ammette lo stesso Vidal-Naquet non sappiamo se ce ne fossero anche altre. Semplicemente, per quanto possa esserci “simpatico”, il personaggio di Ettore in sé non è “tragico” e Achille non gli toglie niente “spuntandola” su di lui. E’ Achille il personaggio tragico: la sua gloria, pur così fulgida e meritata, è amara, non potrà essere condivisa con l’amico più caro e, come fa notare Jacqueline de Romilly «il canto della vittoria di Achille si conclude nel lutto», riferendosi non solo al lutto per la morte di Ettore, ma anche, e dal punto di vista di Achille, soprattutto, alle esequie di Patroclo. Pur essendo figlio di una dea, non avrà una vita felice, la sua morte viene pianta mentre egli è ancora in vita.

Commentando un fregio sepolcrale romano, dove si vede Achille che impara a suonare la lira dal saggio Chirone, Bachofen ci offre un’interessante interpretazione dell’eroe in chiave misterica:

istruito dal Filiride, il più saggio degli uomini, su tutto ciò che giova all’animo, ed esortato allo stesso tempo, a mantenersi sempre di semplici costumi il Pelide supera il duro destino mortale, a lui destinato come alla più piccola creatura del mondo caduco. La madre si duole luttuosamente con tutto il coro delle Nereidi per la morte precoce dello splendido giovane, e tutte le madri lo piangono, perché egli è l’espressione più commovente dell’inevitabile caducità di cui è preda tutto ciò che il loro seno fa nascere; tuttavia il destino di Achille mostra loro che la grandezza spirituale, incurante della caducità del corpo, può conquistarsi una fama eterna.

Più oltre prosegue:

Achille pone dinanzi agli occhi i due lati dell’esistenza umana nella loro più violenta opposizione. All’uomo più sublime, come all’uomo più infame, è riservato lo stesso destino di morte… Ma la morte non ha potere alcuno sulla sublimità spirituale… Achille è insieme la consolazione e il modello dell’uomo.

Bachofen si riferisce in realtà ad una tradizione su Achille più tarda di Omero: quella che lo vede nell’oltretomba tra i beati godere di un’esistenza felice. Ma ciò nonostante, le sue osservazioni sono comunque valide anche per l’Achille omerico. Alla luce dell’ultima citazione che ho riportato, infatti, si comprende meglio anche l’indignazione di Achille per il fatto che viene dato uguale onore al vile e al valoroso: oltre ad urtare il suo senso di giustizia, che prevede il suum quique tribuere, questo atteggiamento priva il virtuoso di quel riconoscimento che diventa ancora più rilevante di fronte al fatto che a distinguere gli uomini non sarà la morte, poiché tutti sono mortali, ma il valore di ognuno, e il riconoscimento che gli altri tributano a questo valore. Non ci vuole molto a capire che questa considerazione non si riferisce esclusivamente al valore in battaglia, ma si estende alla virtù in generale come Socrate aveva notato.